CLXXIII – Gozzi
Sorgi, a l'erta, o Seghezzi; a te discopre
Febo ambo i gioghi. O gufi, o uccei di notte,
Le pendici radete; a voi sì alto
Volar non dassi: eccovi tronche l'ale;
Egli le spieghi, e su e su s'innalzi.
In qual nido vestì piume sì forti
Cotanto augello?... Di figura usciamo:
Scrivasi aperto. Solitario visse,
Non infingardo: piccioletta stanza
Che pensier non isvia, poco ed eletto
Numero di scrittori, una lucerna
Nel buio de la notte, un finestrino
Che lo illumina il dì, penna ed inchiostro,
Anima negli studi, a lui sono ale.
O poeti godenti, le gentili
Mammelle de le Muse hanno a dispetto
Bocca piena di cibo, e che si spicchi
Allor dal fiasco. O le pudiche suore
Seguite, o il vostro ventre: or l'uno, or l'altro
Seguir non dà dottrina. Alle fatiche
Amica è poesia: Di là sen fugge
Dove si dorme, e Dio fassi del corpo.
Veggo mille quaderni: è chi mi spiega
Lunghe canzoni; con vocina molle
Altri legge sonetti, e posa il fiato
Or su l'unquanco, or su le man di neve.
Ma che vuol dir, che mentr'ei legge, il sonno
M'aggrava gli occhi, e cade il mento al petto,
E se voglio lodar, parlo e sbadiglio?
Oh ciechi! quel che voi con sonnacchiosa
Mente scriveste, in me sonno produce.
Così non detta quest'ornato ingegno:
Veglia scrivendo, ed io veglio s'ei legge.
Se tu, che scrittor sei, fuggi il lavoro,
E ti basta imbrattar di righe i fogli,
Perché presumi di tenermi a bada
Con la tua negligenza e con gl'imbratti?
Veggo la noia in te, m'annoio teco.
Non uscir di tua stanza; ivi ti leva
Di là dove scrivesti, e come chioccia,
Schiamazza, croccia, e su e giù rileggi,
Passeggiando contento, a le muraglie,
Con qual voce più vuoi, l'opra tua fresca.
Me lascia in pace: senza le tue carte
Io viver posso: se tu vuoi ch'io ascolti,
Allettami, ammaestrami, e mi vesti
L'amo di dolce e di gradito cibo.
Ho natura felice; in poco d'ora
Detto quanto la man corre sul foglio.
Biasmo la tua natura, ché sì spesso
Mi travagli gli orecchi. In prima, taglia
Una parte de' versi. Io paziente
Sono a la vena, tua, quando congiunta
Sarà con l'arte. La feconda vena,
Troppo produce: l'arte sola, è madre.
Rompe il coperchio ogni soperchio. Sciogli
D'ogni freno il destrier; corre pe' campi
A lanci, a salti, e nulla non avanza.
Stringi troppo sua bocca; esso è restio.
Tieni nel mezzo.