CLXXIII – Gozzi

By Giacomo Leopardi

Sorgi, a l'erta, o Seghezzi; a te discopre

Febo ambo i gioghi. O gufi, o uccei di notte,

Le pendici radete; a voi sì alto

Volar non dassi: eccovi tronche l'ale;

Egli le spieghi, e su e su s'innalzi.

In qual nido vestì piume sì forti

Cotanto augello?... Di figura usciamo:

Scrivasi aperto. Solitario visse,

Non infingardo: piccioletta stanza

Che pensier non isvia, poco ed eletto

Numero di scrittori, una lucerna

Nel buio de la notte, un finestrino

Che lo illumina il dì, penna ed inchiostro,

Anima negli studi, a lui sono ale.

O poeti godenti, le gentili

Mammelle de le Muse hanno a dispetto

Bocca piena di cibo, e che si spicchi

Allor dal fiasco. O le pudiche suore

Seguite, o il vostro ventre: or l'uno, or l'altro

Seguir non dà dottrina. Alle fatiche

Amica è poesia: Di là sen fugge

Dove si dorme, e Dio fassi del corpo.

Veggo mille quaderni: è chi mi spiega

Lunghe canzoni; con vocina molle

Altri legge sonetti, e posa il fiato

Or su l'unquanco, or su le man di neve.

Ma che vuol dir, che mentr'ei legge, il sonno

M'aggrava gli occhi, e cade il mento al petto,

E se voglio lodar, parlo e sbadiglio?

Oh ciechi! quel che voi con sonnacchiosa

Mente scriveste, in me sonno produce.

Così non detta quest'ornato ingegno:

Veglia scrivendo, ed io veglio s'ei legge.

Se tu, che scrittor sei, fuggi il lavoro,

E ti basta imbrattar di righe i fogli,

Perché presumi di tenermi a bada

Con la tua negligenza e con gl'imbratti?

Veggo la noia in te, m'annoio teco.

Non uscir di tua stanza; ivi ti leva

Di là dove scrivesti, e come chioccia,

Schiamazza, croccia, e su e giù rileggi,

Passeggiando contento, a le muraglie,

Con qual voce più vuoi, l'opra tua fresca.

Me lascia in pace: senza le tue carte

Io viver posso: se tu vuoi ch'io ascolti,

Allettami, ammaestrami, e mi vesti

L'amo di dolce e di gradito cibo.

Ho natura felice; in poco d'ora

Detto quanto la man corre sul foglio.

Biasmo la tua natura, ché sì spesso

Mi travagli gli orecchi. In prima, taglia

Una parte de' versi. Io paziente

Sono a la vena, tua, quando congiunta

Sarà con l'arte. La feconda vena,

Troppo produce: l'arte sola, è madre.

Rompe il coperchio ogni soperchio. Sciogli

D'ogni freno il destrier; corre pe' campi

A lanci, a salti, e nulla non avanza.

Stringi troppo sua bocca; esso è restio.

Tieni nel mezzo.