CLXXIII

By Franco Sacchetti

Festa ne fa il Ciel, piange la terra,

duolsene il Purgator, stride lo 'nferno,

poi che 'l Petrarca è morto, fiorentino:

colui che sempre avea co' vizii guerra,

cercando i modi santi e 'l regno etterno,

tanto avea gli occhi verso 'l Ciel divino.

Ne le tre teologiche fu fino,

vivendo ognora con le cardinali;

maestro de le sette liberali,

con dolce stile e con vaga eloquenza;

fonte di senno e fiume di scienza;

componitore d'ogni prosa e metro;

e, se il vero impetro,

isponitor de' linguaggi diversi;

rinovator de' passati costumi;

amunitor de' perversi;

dimostrator di leggi e di dottori,

de l'antiche virtù e degli autori.

Dunque è ragione, se 'l Ciel ne fa festa,

ché nullo in poesì tal ebbe mai:

però Giovanni e Paulo l'acompagna

tra' nove cori e l'angelica gesta,

di grado in grado, e ne' cellesti rai.

Pietro il guida, e d'aprir non ristagna,

infin ch'egli è tra quella turba magna

che gli appostoli vede e' vangellisti.

Quivi l'abbraccian quattro dottoristi;

e con lor è Grisostimo e Bernardo,

Isidoro, Anselmo e Pier Lombardo,

Severino, Basilio e Nazanzeno,

Ugo e Damasceno,

Dionisio, ed assai di questo stile.

Con lui saliron a la divina aura,

dove a la Madre umìle

Vergine feron di costui offerta,

che 'nanzi a Dio gli diè la gloria certa.

Piange la terra, e non è maraviglia,

perché a ciascun che con virtù vivea,

manca il lume che gli dava luce.

Piange Parnaso e tutta sua famiglia,

Clio e l'altre Muse, ove solea

veder ciascuna tra lor questo duce.

O Elicona, chi omai conduce

alcun, ch'avesse voglia del tuo fonte,

po' che spilonca già è fatto il monte?

E quel che più in me la vita grava,

è, lasso, che la tavola si lava,

e nessun segue, e ciaschedun si tace.

Chi leverà chi giace?

Chi guiderà le menti a lor sentiero,

e chi darà aiuto a l'altrui alma?

Chi fia d'ingegno altiero,

perduto essendo il nocchiere accorto,

ch'a ogni vento avea sicuro porto?

Se 'l Purgator si dole ed hanne pena,

giusta cagion è, perché niun si move

né può veder quant'egli è degno in Cielo,

e l'aspettar gli grava; onde si sfrena

ciascun nel pianto dicendo: - Omè, dove

per nostra colpa abbiamo agli occhi il velo! -,

bramando ognuno d'uscir del suo telo

e salir ne l'impirio fra le stelle

per veder questo tra l'anime belle.

E forse v'è alcun che 'n versi scrisse,

che piange, ché non fe', mentre che visse,

tanto, ch'andasse sùbito al suo loco,

sanza provare il foco.

Così riprendon lor ne l'altru' loda,

vaghi degli ultimi anni, per mutarsi

da quella a miglior proda:

e molti priegan che chi vive prieghi,

sì che 'l Signore a lor disio si pieghi.

Al pianto, de' dannati l'aspre strida

aggiunte sono, almen da quella parte

dove è chi diede lume ed a sé il tolse.

Con alte voci Virgilio grida:

- O fratel mio, da te mi diparte

sol ch'io non fui po' che Dio nascer volse. -

Omero, Ovidio, Orazio si racolse,

Lucano ed altri, a far greve lamento,

dicendo: - Messi siamo a tal tormento,

ché non sentimo la diritta fede:

per questo mai nessun veder ti crede -.

Così piangea altrove maggior turba;

Aristotil si turba,

Socrate, Plato e Tulio ad una voce:

- Niente sappiamo, credemo saper tutto;

e quel che più ci nòce,

è non poter veder questo tesauro,

che vide tanto sotto il verde lauro -

Averois a tal romor si mosse,

dicendo: - Lasso, che mi valse il tempo

nel qual disposi il gran comento mio,

che non credea che altro già ma' fosse

che vedesse quant'io, tardi o per tempo?

Or veggio ch'io non scorsi l'a dal fio.

Veduto ha questi più che non vid'io,

onde son cieco e di vederlo ho voglia -.

Democrito si pinse a tanta doglia,

gridando: - Ed io son qui maladetto;

per caso fortuito il mondo retto

esser sostenni, e non per ragione.

O falsa oppinione,

che fatto perder m'hai la patria lieta!

Ed ora pelegrin per sentir peggio,

son dal caro poeta -.

E gli Epicuri e chi con lor attese

si percotean ne le mortali offese.

Nino e molti asiriani regi

dicean: - Chi sarà autor di noi? -.

Piangean li Persi, e così li Tebani,

Agamenòn, Achille e gli altri egregi

del greco stuolo; ed a lor seguia poi

Enea, Ettòr e Parìs co' Troiani.

Po' venìa maggior flotta di Romani:

Bruto, Fabrizio, Scipione e Cato,

Metello, Fabio, Camillo e Torquato,

e Cesar e Pompeo, con tanti attorno,

ch'io non potrei discriverli in un giorno.

In altra parte co' suoi Aniballe,

Annone ed Asdruballe,

Allessandro e Filippo avean tal suono,

Attalo ed Antioco ed ancor Pirro:

tutti parean un truono,

gridando: - Al mondo omai perduto abbiamo

chi dimostrava ciò che no' lasciamo -.

I' non potre' ma' dir quanto si canta

dov'egli è ito, e quanta doglia prende

chi l'ha perduto e chi gli sta da lunga.

Un loco è solo in terra, che si vanta

de la sua morte; e ragion che ne rende,

è che 'l sepolcro suo là si congiunga.

O villetta d'Arquà, qual fia ch'aggiunga

di fama a te, avendo tal reliqua?

O Antenòr, già mai non fia obliqua

la gloria del signor dove fondasti

la terra, in Talia, e 'l corpo lì lasciasti:

ché l'amò vivo ed or morto l'essalta.

La sua virtù è alta,

ché volle a sé tal uom per gran virtute,

li re antichi e' buon Roman seguendo,

che per la lor salute

cercavan sempre vallorosi e degni,

faccendogli consorti dentro a' regni.

Canzon, i' ho paura, e nulla temo:

paura ho che mai nessuna rima

segua con uom che vegna sì eccellente;

non temo di costui, ch'al Ciel supremo

riceve il don che niun maggior si stima;

né di mia vita curo omai niente,

ché disiava il viver pel vivente

che morte, nel dì terzo

del solleon, settanta quattro e mille

trecento, spense qui le sue faville.