CLXXIV – Gozzi
Se tu allevi il bracco
Ne la cucina fra tegami e spiedi,
Quando uscirà la timorosa lepre
Fuor di tana o di macchia, esso in obblio
Posta la prima sua nobil natura,
Lascia la lepre, e per appresa usanza
De la cucina seguirà il leccume.
Molti a la sacra poesia disposti
Intelletti son nati, e nasceranno;
Ma ciò che giova? La cultura e l'arte
E l'arator fanno fecondo il campo
Di domestiche biade; e chi nol fende
In larghe zolle, poi nol trita e spiana,
Vedrà nel seno suo grande abbondanza
Sol di lappole e ortiche, inutil erba.
Ecco, in principio alcun sente ne l'alma
Foco di poesia: Sono poeta,
Esclama tosto: mano a' versi; penna,
Penna ed inchiostro. E che perciò? vedesti
Mai, Martinelli mio, di tanta fretta
Uscire opra compiuta? Enea non venne
In Italia sì tosto, e non sì tosto
Il satirico Orazio eterno morso
Diede a gli altrui costumi. I' vidi spesso
De la caduta neve alzarsi al cielo
Castella e torri, fanciullesca prova
Che a vederla diletta: un breve corso
Del Sol la strugge, e non ne lascia il segno.
Breve fu la fatica, e breve dura.
Fondamenta profonde, eletti marmi,
Dure spranghe, e lavoro immenso e lungo
Fanno eterno edifizio. Or tremi, or sudi
Chi salir vuole d'Elicona al monte;
Poi salito lassù, detti o riprenda.
Gli altri son voce. D'ogni lato ascolti
Nomi di fantasia, d'ingegno. Tutti
Proferir sanno buon giudizio e gusto:
Paroloni che han suono. A l'opra, a l'opra,
Bei parlatori. A noi dà luce il volgo:
Cerca laude comune. Allor fia d'uopo
Cercar laude volgar, quando da' saggi
Cerrcherà laude la comune schiera.