CLXXIV – Gozzi

By Giacomo Leopardi

Se tu allevi il bracco

Ne la cucina fra tegami e spiedi,

Quando uscirà la timorosa lepre

Fuor di tana o di macchia, esso in obblio

Posta la prima sua nobil natura,

Lascia la lepre, e per appresa usanza

De la cucina seguirà il leccume.

Molti a la sacra poesia disposti

Intelletti son nati, e nasceranno;

Ma ciò che giova? La cultura e l'arte

E l'arator fanno fecondo il campo

Di domestiche biade; e chi nol fende

In larghe zolle, poi nol trita e spiana,

Vedrà nel seno suo grande abbondanza

Sol di lappole e ortiche, inutil erba.

Ecco, in principio alcun sente ne l'alma

Foco di poesia: Sono poeta,

Esclama tosto: mano a' versi; penna,

Penna ed inchiostro. E che perciò? vedesti

Mai, Martinelli mio, di tanta fretta

Uscire opra compiuta? Enea non venne

In Italia sì tosto, e non sì tosto

Il satirico Orazio eterno morso

Diede a gli altrui costumi. I' vidi spesso

De la caduta neve alzarsi al cielo

Castella e torri, fanciullesca prova

Che a vederla diletta: un breve corso

Del Sol la strugge, e non ne lascia il segno.

Breve fu la fatica, e breve dura.

Fondamenta profonde, eletti marmi,

Dure spranghe, e lavoro immenso e lungo

Fanno eterno edifizio. Or tremi, or sudi

Chi salir vuole d'Elicona al monte;

Poi salito lassù, detti o riprenda.

Gli altri son voce. D'ogni lato ascolti

Nomi di fantasia, d'ingegno. Tutti

Proferir sanno buon giudizio e gusto:

Paroloni che han suono. A l'opra, a l'opra,

Bei parlatori. A noi dà luce il volgo:

Cerca laude comune. Allor fia d'uopo

Cercar laude volgar, quando da' saggi

Cerrcherà laude la comune schiera.