CLXXV – Gozzi
Se in colto zazzerin Damo vagheggia,
Misura occhiate, e vezzosetto morde
L'orliciuzzin di sue vermiglie labbra,
E spesso move in compassati inchini
La leggiadria de le affettate lacche,
Il nobil cor di maestosa donna
Ride di Damo; e vie più ride allora,
Che di lui vede imitatrice turba
Di giovanotti svolazzarsi intorno.
Ride, ed ha sdegno che al celeste dono
Di pudica beltà lodi si dieno
In sospir mozzi e da non sagge lingue,
A cui nulla giammai porse l'ingegno.
Debbonsi a Frine, a Callinice, a Flora
Sì fatti incesti, e a l'infinito stormo
De le sciocche e volubili civette.
Credimi, amico, da sì nobil donna
Non è diversa la beata figlia
D'Apollo, poesia, de' rari ingegni
Rara forza, e de l'anime ornamento.
Tienloti in mente, è sua beltà celeste.
Non piace a lei che innumerabil turba,
Viva in atti di fuor, morta di dentro,
Le applauda a caso, e mano a man precuota;
Né si rallegra se le rozze voci,
Avvezze spesso ad innalzar al cielo
Perito cucinier, sapor di salse,
Volgono a lei quelle infinite lodi
Ch'ebber prima da lor quaglia ed acceggia.
Vanno al vento tai lodi, e nero obblio
Su vi stende gran velo e le ricopre.
Quei pochi cerca lodatori, a' quali
Dier latte arti e dottrine. Un liquor santo
Questo è che nutre, non ossa, non polpe,
Ma la possanza del divino ingegno,
Vita di dentro. Ei vigoroso e saldo
Pel suo primo alimento, alto sen vola,
E può di poesia comprender quale
Sia l'eterna e durevole bellezza.
Né creder già che di schiamazzi e strida
Largo a lei sia, né che sue laudi metta
In alte voci ed in romor di palme.
Tacito, cheto e fuor di sé rapito,
L'ammira, e seco la sua immagin porta,
Né più l'obblia. Se ciò nessun ti disse,
Or l'odi, onde agli Dei caro intelletto,
Segui la bene incominciata via:
Rapisci l'alme, e non temer che noti
A l'altre etadi i versi tuoi non sieno.