CLXXV – Gozzi

By Giacomo Leopardi

Se in colto zazzerin Damo vagheggia,

Misura occhiate, e vezzosetto morde

L'orliciuzzin di sue vermiglie labbra,

E spesso move in compassati inchini

La leggiadria de le affettate lacche,

Il nobil cor di maestosa donna

Ride di Damo; e vie più ride allora,

Che di lui vede imitatrice turba

Di giovanotti svolazzarsi intorno.

Ride, ed ha sdegno che al celeste dono

Di pudica beltà lodi si dieno

In sospir mozzi e da non sagge lingue,

A cui nulla giammai porse l'ingegno.

Debbonsi a Frine, a Callinice, a Flora

Sì fatti incesti, e a l'infinito stormo

De le sciocche e volubili civette.

Credimi, amico, da sì nobil donna

Non è diversa la beata figlia

D'Apollo, poesia, de' rari ingegni

Rara forza, e de l'anime ornamento.

Tienloti in mente, è sua beltà celeste.

Non piace a lei che innumerabil turba,

Viva in atti di fuor, morta di dentro,

Le applauda a caso, e mano a man precuota;

Né si rallegra se le rozze voci,

Avvezze spesso ad innalzar al cielo

Perito cucinier, sapor di salse,

Volgono a lei quelle infinite lodi

Ch'ebber prima da lor quaglia ed acceggia.

Vanno al vento tai lodi, e nero obblio

Su vi stende gran velo e le ricopre.

Quei pochi cerca lodatori, a' quali

Dier latte arti e dottrine. Un liquor santo

Questo è che nutre, non ossa, non polpe,

Ma la possanza del divino ingegno,

Vita di dentro. Ei vigoroso e saldo

Pel suo primo alimento, alto sen vola,

E può di poesia comprender quale

Sia l'eterna e durevole bellezza.

Né creder già che di schiamazzi e strida

Largo a lei sia, né che sue laudi metta

In alte voci ed in romor di palme.

Tacito, cheto e fuor di sé rapito,

L'ammira, e seco la sua immagin porta,

Né più l'obblia. Se ciò nessun ti disse,

Or l'odi, onde agli Dei caro intelletto,

Segui la bene incominciata via:

Rapisci l'alme, e non temer che noti

A l'altre etadi i versi tuoi non sieno.