CLXXV
A quelle chiome d'oro, a que' begli occhi,
a quel sostegno sol de la mia vita
sì vivamente volgo ambi i due lumi
che cerco agli altri sensi tor la forza,
ma, de la vista non contenta, l'alma
s'accende per udir le dolci note.
Tosto che s'odon le soavi note
ardon d'ira e d'amor gli infiammat'occhi,
ch'intenta ad ascoltar non vorrian l'alma,
e, perché i guardi abbian più spirto e vita,
tentan, col far l'estremo di lor forza,
ch'ogni vigor vital prendano i lumi.
Poi, quando son ben sormontati i lumi,
par ch'io gli acconci per sentir le note,
e, come gli occhi fosser di tal forza
che s'intendesse il favellar con gli occhi,
da le parole che mi dan la vita
pendente sta per le mie luci l'alma.
In questo tanto affetto aguzzan l'alma
gli orecchi, che rivali son dei lumi,
e, a sé tirando il meglio de la vita,
volti al bel viso par ch'accenti e note
sperino di raccorre anco dagli occhi,
e far che gli occhi ancor parlin per forza.
L'innamorato cor, ch'a l'altrui forza
troppo si sdegna di lasciar quest'alma,
spira se stesso così fuor degli occhi
che vola negli amati e chiari lumi
e ne le care e grazïose note,
stillando in quelle ambrosie la sua vita.
Vedesi a un tempo che la poca vita
col fiato essala, che non ha più forza,
e che vuol trasformarsi in quante note
sentir mai faccia quella nobil alma,
e in quanti giri quei beati lumi
mi soglian apparir dinanzi agli occhi.
Gli occhi e l'udir ne l'amorosa vita
e il core ai lumi del saper fan forza
sì che l'alma non sa ch'amor si note.