CLXXV

By Giovan Battista Nicolucci

A quelle chiome d'oro, a que' begli occhi,

a quel sostegno sol de la mia vita

sì vivamente volgo ambi i due lumi

che cerco agli altri sensi tor la forza,

ma, de la vista non contenta, l'alma

s'accende per udir le dolci note.

Tosto che s'odon le soavi note

ardon d'ira e d'amor gli infiammat'occhi,

ch'intenta ad ascoltar non vorrian l'alma,

e, perché i guardi abbian più spirto e vita,

tentan, col far l'estremo di lor forza,

ch'ogni vigor vital prendano i lumi.

Poi, quando son ben sormontati i lumi,

par ch'io gli acconci per sentir le note,

e, come gli occhi fosser di tal forza

che s'intendesse il favellar con gli occhi,

da le parole che mi dan la vita

pendente sta per le mie luci l'alma.

In questo tanto affetto aguzzan l'alma

gli orecchi, che rivali son dei lumi,

e, a sé tirando il meglio de la vita,

volti al bel viso par ch'accenti e note

sperino di raccorre anco dagli occhi,

e far che gli occhi ancor parlin per forza.

L'innamorato cor, ch'a l'altrui forza

troppo si sdegna di lasciar quest'alma,

spira se stesso così fuor degli occhi

che vola negli amati e chiari lumi

e ne le care e grazïose note,

stillando in quelle ambrosie la sua vita.

Vedesi a un tempo che la poca vita

col fiato essala, che non ha più forza,

e che vuol trasformarsi in quante note

sentir mai faccia quella nobil alma,

e in quanti giri quei beati lumi

mi soglian apparir dinanzi agli occhi.

Gli occhi e l'udir ne l'amorosa vita

e il core ai lumi del saper fan forza

sì che l'alma non sa ch'amor si note.