CLXXVI – Gozzi

By Giacomo Leopardi

Se mai vedesti in limpid'acqua un pesce

Trascorrere, guizzar, girarsi intorno

Velocemente, colto indi a la rete,

Contrastando balzar, e steso alfine,

Agonizzare e boccheggiar sul lido:

Credi, o Vitturi, somigliante ad esso

Fatto è l'ingegno mio. Libero un tempo,

Vivace, giubilendo, aperto mare

Lievemente scorrea: fortuna tutto

Di rete il cinse; dibattendo ei fece

Lunga battaglia per fuggir servaggio:

Non giovò; giace, e a poco a poco manca

Vigor di vita, onde si stende, e pere

Spossato e vinto su l'asciutta arena.

Misero me! di non ignota stirpe

Nacqui, e d'amici e servi era il mio albergo

Ricovero una volta; io ne' primi anni

Speranza avea di fortunata vita.

In dolce ozio fra' libri i dì passai

E gli anni più fioriti; allor credea

Dar cultura allo spirto, e a tal guidarlo,

Che di vergogna al mio nascer non fosse.

Questa sì bella e sì dolce speranza

Sfiorì del tutto. Fra' miei pochi beni

Sol uno è quel che a me pace promette

E ricchezza sicura. Io di te parlo,

Rigido sasso, in cui scolpito è il nome

Infelice de' miei; te sol rimiro

Con fiso sguardo, e desioso piango

Che per me tu non t'apri. Oh padre, oh padre!

Qui ten giaci quieto, e non soccorri

Il desolato figlio, e non lo vedi

Com'ei si affligge e si martira? O braccia

Paterne; a me v'aprite e mi accogliete

Alfin tra voi, ché tal quiete è a tempo.

Qual durezza di vita! Ov'è chi ciancia

Che sì fragile e breve è il viver nostro?

Poco non dura, se fra tanti mali

Ostinato si serba; e non so come

Alma possa stanziar, dove la strazii

Chiovo, spina, tanaglia e orribil fiamma.

Mecenato da Dio dato a l'etade

Nostra, che più dirò? perché narrarti

Che questa penna e l'intelletto mio,

Liberi nati, più volar non ponno

Dove gl'invita naturale affetto?

Non è picciolo male ad oncia ad oncia

Metter l'alme in bilance, ed il cervello

Vendere a dramme; e peggior male è ancora,

Ch'a minor prezzo l'anima e il cervello

Vendansi, che di bue carne o di ciacco.

Oh mio dolore! oh mia vergogna eterna!

Pur, poich'altro sperar più non mi lice,

Almen potessi non indegna e alquanto

Men oscura opra far, che tragger carte

Dal gallico idioma, o ignote o vili,

A la lingua d'Italia. Ho la testura

Di grand'opra intrapresa. In quanti lati

Scorre eloquenza io dimostrar volea,

Volgarizzando ben eletti esempi

Di Latini o di Greci. Anzi una parte

Ho de l'opra condotta. A cui non sono

Palesi i casi miei, par ch'io l'indugi

Oltre il dover; e tu medesmo forse

Infingardo mi chiami, e tal mi credi.

Ahi! si discopra il vero. Io paziente

Giobbe, tal nome sofferii molt'anni,

Pure tacendo altrui che in vili carte

E in ignote scritture io m'affatico

Con sudor cotidiano; e già son pieni

I banchi de' librai di mille e mille

Fogli di carte, ammassamento enorme

Di mia mano apprestato a i men gentili

Popolari intelletti; e perciò tardo

Sembro a' migliori che lo ver non sanno.

Ma che far posso? Rondine che al nido

E a' rondinini suoi portar dee cibo,

Non può per l'aria spaziare invano

O dov'essa desia: però che intanto

Le bocche vòte de' figliuoli suoi,

Dopo molto gridare e ingoiar vento,

Sarebber chiuse, e in sepoltura il nido

Si cambierebbe a' non possenti corpi.