CLXXVI – Gozzi
Se mai vedesti in limpid'acqua un pesce
Trascorrere, guizzar, girarsi intorno
Velocemente, colto indi a la rete,
Contrastando balzar, e steso alfine,
Agonizzare e boccheggiar sul lido:
Credi, o Vitturi, somigliante ad esso
Fatto è l'ingegno mio. Libero un tempo,
Vivace, giubilendo, aperto mare
Lievemente scorrea: fortuna tutto
Di rete il cinse; dibattendo ei fece
Lunga battaglia per fuggir servaggio:
Non giovò; giace, e a poco a poco manca
Vigor di vita, onde si stende, e pere
Spossato e vinto su l'asciutta arena.
Misero me! di non ignota stirpe
Nacqui, e d'amici e servi era il mio albergo
Ricovero una volta; io ne' primi anni
Speranza avea di fortunata vita.
In dolce ozio fra' libri i dì passai
E gli anni più fioriti; allor credea
Dar cultura allo spirto, e a tal guidarlo,
Che di vergogna al mio nascer non fosse.
Questa sì bella e sì dolce speranza
Sfiorì del tutto. Fra' miei pochi beni
Sol uno è quel che a me pace promette
E ricchezza sicura. Io di te parlo,
Rigido sasso, in cui scolpito è il nome
Infelice de' miei; te sol rimiro
Con fiso sguardo, e desioso piango
Che per me tu non t'apri. Oh padre, oh padre!
Qui ten giaci quieto, e non soccorri
Il desolato figlio, e non lo vedi
Com'ei si affligge e si martira? O braccia
Paterne; a me v'aprite e mi accogliete
Alfin tra voi, ché tal quiete è a tempo.
Qual durezza di vita! Ov'è chi ciancia
Che sì fragile e breve è il viver nostro?
Poco non dura, se fra tanti mali
Ostinato si serba; e non so come
Alma possa stanziar, dove la strazii
Chiovo, spina, tanaglia e orribil fiamma.
Mecenato da Dio dato a l'etade
Nostra, che più dirò? perché narrarti
Che questa penna e l'intelletto mio,
Liberi nati, più volar non ponno
Dove gl'invita naturale affetto?
Non è picciolo male ad oncia ad oncia
Metter l'alme in bilance, ed il cervello
Vendere a dramme; e peggior male è ancora,
Ch'a minor prezzo l'anima e il cervello
Vendansi, che di bue carne o di ciacco.
Oh mio dolore! oh mia vergogna eterna!
Pur, poich'altro sperar più non mi lice,
Almen potessi non indegna e alquanto
Men oscura opra far, che tragger carte
Dal gallico idioma, o ignote o vili,
A la lingua d'Italia. Ho la testura
Di grand'opra intrapresa. In quanti lati
Scorre eloquenza io dimostrar volea,
Volgarizzando ben eletti esempi
Di Latini o di Greci. Anzi una parte
Ho de l'opra condotta. A cui non sono
Palesi i casi miei, par ch'io l'indugi
Oltre il dover; e tu medesmo forse
Infingardo mi chiami, e tal mi credi.
Ahi! si discopra il vero. Io paziente
Giobbe, tal nome sofferii molt'anni,
Pure tacendo altrui che in vili carte
E in ignote scritture io m'affatico
Con sudor cotidiano; e già son pieni
I banchi de' librai di mille e mille
Fogli di carte, ammassamento enorme
Di mia mano apprestato a i men gentili
Popolari intelletti; e perciò tardo
Sembro a' migliori che lo ver non sanno.
Ma che far posso? Rondine che al nido
E a' rondinini suoi portar dee cibo,
Non può per l'aria spaziare invano
O dov'essa desia: però che intanto
Le bocche vòte de' figliuoli suoi,
Dopo molto gridare e ingoiar vento,
Sarebber chiuse, e in sepoltura il nido
Si cambierebbe a' non possenti corpi.