CLXXVII – Gozzi

By Giacomo Leopardi

Misero! quale,

Quant'aspra guerra è l'avvilir de l'alma

Nobili sensi, ed al suo nobil volo

Troncare il corso! Pattuir convenne

Il mio cervello, ed operaio farlo

De gl'ingordi librai; di giorno in giorno

Darne lor parte. Come e filo a filo

Da la conocchia vecchierella tragge

Il tardo lino, perché l'opra a lei

Di molte veglie il sabato compensi;

Tale il cervello a fibra a fibra io spicco

Da le cellette sue fra noia e stento,

Di lavor magari non famosi, i quali

Strozzano il fiato ne la gola e il nome.

È gran tempo, che il cor mi rode questa

Ulcera sorda. Ippocrate non vide

Di peggior malattia più crudi effetti.

O gran medico greco, a gli aforismi

Tuoi questi aggiungi; esperienza il detta:

Pallido viso, occhi affossati, corpo

Inaridito, secche guance, sonno

Interrotto, leggiero, interno crollo

Di offesi nervi, negligente obblio

Di dir quanto si sa, narrarlo a caso,

E temer di dar noia a cui si parla;

Andar da statua, tener chini gli occhi,

Fuggir cerchi di genti; a chi domanda

Più rispondere a cenni, che a parole;

Morder gli altrui costumi, e de la sorte

Spesso lagnarsi, segni son che langue

Fra l'ugne di librai spirto non vile.