CLXXVIII

By Matteo Bandello

Veggio le membra del Fattor del cielo

chiavate, ahi lasso, sovra 'l duro legno

sparger di sangue un abondante fiume,

per la pietà di cui suoi raggi il sole

piagnendo al mondo ascose, e ancor la terra

tutta si scosse per sì cruda morte.

Giammai più indegna, né più ingiusta morte,

da che si volge in tanti giri il cielo,

non vide sovra sé l'afflitta terra.

Qual fu ch'udisse mai che d'alto legno

pendesse quel da cui dipende il sole,

e sangue ed acqua derivar d'un fiume?

Queste son l'acque del felice fiume,

che purgan l'atra macchia che fe' morte;

quest'è quel sangue, che l'eterno sole

sì dolce stilla per condurci al cielo;

queste le piaghe son, che 'l santo legno

fan trïonfante nell'inferno e 'n terra.

Qual sarà dunque sì crudel qui in terra,

al cui piagner non cresca ogni gran fiume,

poiché 'l figliuol di Dio va sovra il legno

con mille strazii alfin condotto a morte?

Che s'ei morì, fu pur acciò che 'n cielo

di vita a noi risplenda il vivo sole.

Puote celar la chiara luce il sole,

e con orrendo tuon tremar la terra,

ed offoscarsi d'atra nebbia il cielo,

allor ch'aperse l'empio ferro il fiume;

e nostre menti così fiera morte

non piegherà dinanzi al ricco legno?

Almo, vittorïoso e altiero legno,

fatto bilancia all'increato sole

quand'ei morì per far morir la morte,

dammi che 'l peso della viva terra,

che vaneggiar mi face in riva a un fiume,

la via non mi contenda d'ire al cielo.

Per te s'acquista il ciel, o sacro legno,

che 'l sol reggesti in mezzo della terra,

quando il bel fiume vinse nostra morte.