CLXXVIII

By Francesco Beccuti

O de l'arbor di Giove altèra verga,

che noi correggi e l'età nostra indori

e la richiami al suo corso primiero,

perché di tempo in tempo ai sommi onori

da sì gran pianta novo ramo s'erga

e con la cima al ciel drizzi 'l sentiero,

novellamente il successor di Piero,

non senza cenno del divin consiglio

ch'ogni suo bel pensier governa e regge,

fra tanti duci Guidobaldo elegge

a difender da' lupi e da l'artiglio,

che, di sangue vermiglio,

par che su l'ali nova preda tente,

il mansueto suo gregge innocente.

Ragion è ben che la difesa prenda

de le chiavi del ciel, ch'un dì saranno

ai degni omeri tuoi debita soma,

il tuo chiaro fratel, che 'l nostro affanno

volge in riposo e può squarciar la benda

che tiene avvolta innanzi agli occhi Roma.

Già la rabbia tedesca, mai non doma

né per colpo di morte o di fortuna,

qual idra ch'ognor, tronca, si rinnove,

di saziar cerca le sue brame altrove,

che pascer si volea sol di quest'una;

or, magra e digiuna,

col furor d'empio e travagliato seme

d'intorno ad altro ovil s'aggira e freme.

Quando fia mai ch'io veggia oltre quell'alpe

quindi sgombrar sì dure genti e strane

e lasciar questa madre ai propri figli

e Cesare, più giuste e più lontane

sedi cercando, varchi Abila e Calpe

e nova terra e mar turbi e scompigli?

Or intanto per noi la lancia pigli

questo buon cavalier in cui s'annida

la paterna virtute e 'l chiaro ingegno,

il quale stima prender l'armi indegno,

se non per lei di cui s'è fatto guida:

né già scorta più fida

trovar potea né più sicure squadre

la gran chiesa romana e 'l santo padre.

Dunque è ben degno di menare in gioia

quest'almo giorno, e suoni e canti e balli

gir con libero cor movendo lieti.

Sparga man bella fior vermigli e gialli

e disperga da noi tristezza e noia,

sì ch'ogni stato il suo cor lasso acqueti;

oggi di sacre ninfe e di poeti

per ogni lido un bel numero eletto

vada cantando in voci alte e gioconde;

corra latte il Metauro e le sue sponde

copran smeraldi, arena d'oro il letto;

e 'l pallido sospetto

da noi si sciolga, forte nodo avvinga

l'empio furore in parte erma e solinga.

Il nostro cielo oscura nebbia tinge;

ma virtù tra le nubi ancor traluce

né l'italico lume al tutto è spento;

poi che l'invitto e generoso duce

per la sposa d'Iddio la spada cinge,

via più d'ogni altro a custodirla intento.

A che spiegar aquile e gigli al vento,

o d'Italia smarrita e cieca schiera,

se le chiavi e la croce hai per insegna?

Ma l'eterna bontà non si disdegna

per te chiamar la guida eletta e vera,

che baldanzosa spera

di riconducer sotto il gran vessillo

la santa pace e 'l bel viver tranquillo.

Piaccia a voi cui fortuna e virtù diede

sul Po, sul Mincio e su la riva d'Arno

tenér di duce il ricco seggio e 'l nome

lasciar i segni da voi culti indarno

e di costui seguir l'orme e la fede,

che sgombrar cerca le dannose some.

Se questo è il vostro dolce nido, or come

non vi stringe pietà del bel paese

che barbarica fiamma incende e strugge?

Ecco che in sul mar d'Adria un leon rugge

e sente 'l duol de le comuni offese;

e di sangue cortese

sarà più che non mostra a tanta impresa,

se scorge in voi chiara virtute accesa.

Non ti smarrir, canzon, se nuda e rozza

tra l'ostro e 'l bisso al mio signor t'invio,

che quasi un sol si leva a tanta altezza

che qua giù nulla sdegna e nulla sprezza:

digli che zelo e d'obbedir disio

mi sprona a dir quel ch'io,

d'ogni bell'arte e d'ogni ingegno privo,

via più chiaro nel cor che in carte scrivo.