CLXXVIII

By Giovan Battista Nicolucci

I velenosi guardi,

i susurri maligni,

l'imaginarsi e creder sempre il peggio

son cagion ch'io dal mio voler traligni

e l'impeto d'amor tempri e ritardi,

sì è fisso il pensiero

di satisfar colei che sola cheggio,

e, se talvolta l'accidente fiero

di quel bollor, che ne le vene ferve,

vieta ch'io mi riguardi

da quanto in me s'osserve

da le genti proterve,

copro (ma chi celar può un cor sincero?)

l'atto che dal mio fin tanto è diverso,

ma mi trovo sommerso

in tanti intrichi in quel che vuo' coprirmi

che più temo scoprirmi,

e, se talor involo

tempo opportun da vagheggiarla e aprirmi,

ahi che questo è di rado, e più m'invesca

ne l'amorosa tresca,

sì che fa che poi cresca

e via più mi consumi

l'acerbo e grato duolo!

Deh fosser ciechi tutti gli altrui lumi,

o foss'io sempre con lei sola solo!