CLXXX – Savioli
Odi; i momenti volano;
Odi una volta, e cedi:
Ohimè, gli Dii ti perdono
Se in Esculapio credi.
Ei l'erbe indarno e i farmachi
In tuo favor prepara,
Tue labbra indarno chieggono
La pia corteccia amara.
Lasso! una Furia, immobile
Veglia a le porte, e grida;
L'altre d'infami aconiti
Colman la tazza infida:
Morte l'offerta vittima
Impaziente affretta.
Trema: il tuo capo, o misera,
È sacro a la vendetta.
Va; con promesse e lagrime
Stanca la tua Diana;
Offendi il casto imperio
Con servitù profana.
Altro giurasti: intesero,
Per danno tuo, gli Dei:
Lo sa Diana: il Tartaro
T'avrà se mia non sei.
Essa al figliuol di Venere
Turbar non osa il regno:
Anzi il difende e il libera,
Il serve, e n'è sostegno.
Mentre Cidippe affidasi
A le devote soglie,
Si vede a piè discendere
L'aurato pomo, e 'l coglie.
O Dea, sarò d'Aconzio,
Ardito amor vi scrisse:
Vide l'incauta vergine
Sarò d'Aconzio, e il disse.
Del giuramento incognito
Indarno il cor si dolse:
Giurato i labbri aveano;
Diana il voto accolse.
L'accolse: invano i talami
Altro imeneo chiedea;
Febbre crudel vietavali,
E il petto infido ardea.
Ah, se ad uguale ingiuria
Da pena ugual ti piace,
Compi l'antico esempio,
Gran Diva, e accorda pace.
Pace: d'Amor la gloria
Serba: costei si pente.
Partite, o febbri indomite,
Dal bel corpo languente.
E tu, che incerta e tacita
Lasci a' sospiri il corso,
O da terror derivino,
O pur dal tuo rimorso;
Deh, con più fido augurio,
L'ignuda destra porgi;
Rompi il crudel silenzio;
E morte inganna, e sorgi.
Qual speri onor se a l'Erebo
Discendi ombra spergiura?
Quai voti allor ti salvano
Da le roventi mura?
Pria d'una vita inutile
Pietoso il Ciel mi privi;
Poscia gli Dii ti rendano
Le tue promesse, e vivi.