CLXXXI – Savioli
Ben sotto al carro i vigili
Corsieri atri affatica
Del regnator silenzio
La tenebrosa amica;
Ben cielo e terra e oceano,
Tutto è tranquillo e tace;
Ma non però la tenera
Fanciulla nostra ha pace.
Essa, d'Amor, che l'agita,
Ferita il lato manco,
Stanca le piume incomode
Col giovinetto fianco.
E già del fosco Mennone
La sconsolata madre
Sorse tre volte a togliere
L'ombre agghiacciate ed adre,
E le pupille cerule
Anco trovò tre volte
Stanche, e per veglia languide,
Ma a veglia ancor non tolte.
Deh, a i bruni luoghi ov'abiti,
Se prece, o Sonno, arriva;
Se ardesti mai, posandoti
Su gli occhi a qualche Diva;
Vieni: il leteo papavero
Scuotan le tempie ingombre,
E le grand'ali fendano
Le pigre e rigid'ombre.
Racchiusi usci non vietino
A te che non t'innoltri;
E inosservato e placido
Giugni a le fide coltri.
Più cure aspre e sollecite
Lor troverai d'intorno,
Ferme di non rimoversi
Indi, neppur col giorno.
Ma inaspettato, e carico
D'oblio, liquor le asperga;
O lor, toccando, dissipi
La taciturna verga.
Se su la sponda assidesi
Amor, si corchi, e taccia;
O altrove il volo movere
Finché tu stai, gli piaccia.
Non manca ov'ei rivolgasi
Su l'istancabil'ali,
Se al regno suo soggiacciono
Gli Dii, non che i mortali.
Che più? se al chiesto uffizio
Altro s'oppon, si toglia:
E a te fedel Silenzio
Guardi la muta soglia.
Col dito al labbro, ei rigido
Il passo a ciascun vieti:
Solo l'entrar sia libero
A miti sogni e lieti.
Figli di te, vestendosi
Di cento ombre leggiadre,
Escan da l'uscio eburneo,
Accompagnando il padre;
Escano, e me presentino
A la fanciulla mia:
Oggetto indarno cercano
Che caro a lei più sia.
Seco fra' sogni ell'abbiami,
Poich'altro a lei non lice;
E i sogni almen le fingano
Il nostro amor felice.
Ma deh però, che fervidi
Non sian ne l'opra assai;
Deh, che la gioia insolita
Non la svegliasse mai.
Sovente ancor Penelope
Sognò del Greco amato,
E nel sognar destandosi,
Credette averlo a lato:
Poi, fra le piume vedove
Stesa l'incerta mano,
De l'error, lassa, avvidesi,
E pianse a lungo invano.