CLXXXI
Or è mancata ogni poesia
e vòte son le case di Parnaso,
po' che morte n'ha tolto ogni valore.
S'io piango o grido, che miracol fia,
pensando che un sol c'era rimaso,
Giovan Boccacci, or è di vita fore?
Casgion del mio dolore
non è perché sia morto,
ch'io mi dorrei a torto,
perché chi nasce a questo passo giugne;
ma quel duol che mi pugne
è che niun rimane né alcun vène,
che dia segno di spene,
a confortare chi salute aspetti,
perché 'n virtù non è chi si diletti.
Lasso, ché morte in picciol tempo ha tolto
a te, Fiorenza, ciascun caro e degno.
Principio fo da Pietro e da Francesco,
che in sacra scrittura vidon molto:
vergogna a tali che portan lor segno,
ch'apena intendon latin da tedesco.
E perché qui m'intresco,
Tommaso, in questo fiotto,
filosofo alto e dotto,
medico non fu pari a lui vivente;
Luigi, eloquente
retorico con vago e dolce stile,
e 'l legista civile
Corsin Tommaso, e Nicola sincero,
che fu sì vago di consiglio vero;
Paulo arismetra e astrologo solo,
che di veder già mai non fu satollo
come le stelle e li pianeti vanno,
ci venne men per gire al sommo polo;
e que' che Marte seguir ed Apollo,
Niccola, Alberto e Francesco e Manno;
e, come tutti sanno,
tre poeti di nome,
che se m'è detto: - Come? -,
Zanobi e 'l Petracca, in quel tesauro
ch'ebbon col verde lauro;
l'ultimo e 'l terzo è quel che sopra scrivo.
E ciaschedun fu vivo
insieme, e tutti gli vidi a un tempo;
or non si vede alcun tardi o per tempo!
Dunque, s'i' piango, fo come colui
che perdendo, si duol, l'ultima posta,
perché manca speranza al suo soccorso.
Sarà virtù già ma' più in altrui?
O starà quanto medicina ascosta,
quand'anni cinquecento perdé il corso?
Qual mente o qual ricorso
aspetto, po', che trovi
questa, e che la rinovi,
sì come rinovò quella Ipocràte?
Chi fia in quella etate,
forse vedrà rinascer tal semenza;
ma io ho pur temenza
che prima non risuoni l'alta tromba
che si farà sentir per ogni tomba.
Questa paura ognora più mi monta,
perché in avarizia ognun si specchia:
qui si comprende, studia ed amaestra.
Ne' numeri ciascuno ha mente pronta,
dove multiplicando s'aparecchia
sempre a sé tirar con la man destra;
non si trova finestra
che valor dentro chiuda.
Così si vede nuda
l'adorna scuola da tutte sue parti;
e le meccaniche arti
abbraccia chi vuol esser degno e alto,
però che questo salto
fa che tal uomo reggimento piglia,
che mal sé regge e peggio altrui consiglia.
Ben veggio giovenetti assai salire,
non con virtù, perché la curan poco,
ma tutto adopran in corporea vesta;
sì che ben posso aspettar l'avenire,
veggendo che già mai non cercan loco
dove si faccia de le Muse festa.
Altri, di maggior gesta,
antichi nel sanato,
contra Scipione e Cato
ognora fanno, e seguon Catelina,
e, se surgon ruina,
per niente tengon Ligurgo o Solone
a petto a lor persone,
dicendo più saver chi più mal face;
e chi più puote, l'un l'altro disface.
Come deggio sperar che surga Dante,
che già chi 'l sappia legger non si trova?
E Giovanni, ch'è morto, ne fe' scola.
A cui si vederà l'"Affrica" avante,
che de l'altro poeta venìa nova
verso costui, ed or rimasa è sola?
Chi sonerà parola
in letture propinque,
là dove libri cinque
di questo diretan composti stimo?
"De' viri illustri" il primo
conta, e 'l secondo "De le donne chiare",
terzo si fa nomare
"Buccolica", il quarto "Monti e fiumi",
il quinto "Delli dii e lor costumi".
Tutte le prophezie, che disson sempre
tra 'l sessanta e l'ottanta esser il mondo
pieno di svari e fortunosi giorni,
viddon che si dovea perder le tempre
di ciascun valoroso, e gire al fondo.
E questo è quel che par che non soggiorni.
Sonati sono i corni
d'ogni parte a ricolta;
la stagion è rivolta;
se tornerà non so, ma, credo, tardi.
E s'egli è alcun che guardi,
gli studii in forni vede già conversi,
e gli dipinti spersi,
ch'eran sovra le porte, in quella seggia
là dove Ceres ora signoreggia.
Orfana, trista, sconsolata e cieca,
sanza conforto e fuor d'ogni speranza,
s'alcun giorno t'avanza,
come tu po', ne va peregrinando,
e dì al Cielo: - I' mi ti raccomando.