CLXXXII – Savioli

By Giacomo Leopardi

E tu, cura soave

Di tacite donzelle,

Cui mentre Ebe sorride, il giovin seno

Penetri ardito; i nostri carmi avrai:

Né la candida tua Psiche, e le belle

Forme, e la notte, e gli amorosi guai,

Inonorati andranno

Or ella è teco; e de l'antico affanno,

Che ricompensa un più propizio fato,

Dolce memoria suona

Per l'Olimpo beato.

Vergine avventurata, in mortal velo,

Di bellezze immortali adorna apparve:

Stupì vedendo, e l'adorò, la terra.

Venere al terzo cielo

Tornò da' freddi suoi vedovi altari,

Te consigliando a la giurata guerra.

Ma la vendetta in vano

Volgean gli occhi di Psiche:

Ardesti; e a te l'antiche

Arme cadean di mano.

Vittima incerta, entro a funereo letto

Tradotta al monte, abbandonata e pianta,

Giù per valli profonde in ricco tetto,

Peso a un zefiro amico, ella scendea.

Là, di se in forse, i vòti dì vivea,

Fra tema e speme, a conosciuto amante:

E tu le usate prove,

Terribil nume, esercitar solevi

Sovra Nettuno e Giove;

Poi, col favor de l'ombre,

Ti raccogliea ne la segreta reggia

Talamo aurato d'immortal lavoro:

Ivi a le tue fatiche

Offria dolce ristoro

Il molle sen di Psiche.

Irrequieta Diva

Che ne le gioie altrui t'angi e rattristi,

Tu da l'inferna riva

L'aure a infestar del lieto albergo uscisti:

La giovinetta intanto

Gli avidi orecchi a tue menzogne apriva;

Né vide più ne l'amator celato,

Che spoglie anguine, ed omicida artiglio:

Finché il terror poteo nel cor turbato

Strano eccitar d'atrocità consiglio.

E già un placido sonno

Gli occhi d'Amor chiudea,

Quando a le quete coltri

Perversa il piè volgea:

Apparia ne le manca

La lucerna vietata;

Era l'infida e mal secura destra

D'ingiusto ferro armata.

Primi s'offriro a i desiosi sguardi,

Sovra l'estrema sponda,

Amor, gli aurei tuoi dardi:

Psiche gli tocca appena, e n'è ferita.

Scorge la chioma bionda,

Il volto e l'ali; Amor conosce, ed ama:

E cade il ferro; e la lucerna incauta

Coll'ardente liquor l'omero impiaga.

Fuggiva il sonno. A lei vergogna e duolo

L'alma pungean: tu rapido movevi

Per l'aure lievi a volo.

Te ritenne Citera. Ivi t'accolse

La rosata di Psiche emula antica;

E medicava la pietosa mano

L'offese de la tua dolce nimica:

Mentre la sconsolata

Te richiamava, lagrimando, invano.

Parlò a lungo il dolore,

Poscia il furor non tacque;

E invocò morte, e si lanciò nel fiume:

Cara un tempo ad Amore

La rispettaron l'acque.

Lei, che raminga in traccia

Del perduto signor scorrea la terra,

Incoraggì soave

La Dea che al crin le bionde spiche allaccia;

A lei stendea le braccia,

Racconsolando, e la compianse Giuno:

Sola Venere altera

Non calmò l'ire gravi; e su l'afflitta

Compier giurò la sua vendetta intera.

Chi dir potria l'oscura

Carcere, e i duri uffici?

Chi l'auree lane, e la difficil onda?

Amor, dov'eri? a te che tutto sai,

Come furono ignoti

De la tua Psiche i guai?

Ella, come imponea la sua tiranna,

Osò d'entrar per la tenaria porta,

E por vivendo il piede

Ne' tristi regni de la gente morta.

A lo splendor de l'auro,

Lei l'avaro nocchier pronto raccolse;

E varcò la palude.

Latra Cerbero invano:

Le gole il cibo, e gli occhi il sonno chiude.

Egli passa, e il soggiorno

Tenta di Pluto, e il fatal dono chiede:

Ricusa i cibi, e al giorno

Da Proserpina riede.

Deh, qual ti mosse feminil disegno,

Psiche, ad aprir la chiusa urna fatale?

Là de l'ira immortale

Era il più orribil pegno;

Ed ecco un vapor nero

Uscia, la cara a te luce togliendo;

E rendea l'alma al mal lasciato impero.

Ma vide Amor da l'alto,

Vide, e pietate il prese;

Sentì l'antica fiamma,

Ed obbliò le offese;

E a più beata sorte

La conservò da morte.

E volgea ratto al sommo Olimpo l'ali,

E innanzi al re che i maggior Dii governa,

Narrò di Psiche e di se stesso i mali,

E chiedea modo a tanta ira materna.

Impietosiva il gran Tonante: e Imene,

Siccome piacque a Citerea placata,

Obblio versò su le fraterne pene:

E l'ambrosia celeste Ebe ministra

Dolce a Psiche porgea:

Ella bevve, e fu Dea.