CLXXXII – Savioli
E tu, cura soave
Di tacite donzelle,
Cui mentre Ebe sorride, il giovin seno
Penetri ardito; i nostri carmi avrai:
Né la candida tua Psiche, e le belle
Forme, e la notte, e gli amorosi guai,
Inonorati andranno
Or ella è teco; e de l'antico affanno,
Che ricompensa un più propizio fato,
Dolce memoria suona
Per l'Olimpo beato.
Vergine avventurata, in mortal velo,
Di bellezze immortali adorna apparve:
Stupì vedendo, e l'adorò, la terra.
Venere al terzo cielo
Tornò da' freddi suoi vedovi altari,
Te consigliando a la giurata guerra.
Ma la vendetta in vano
Volgean gli occhi di Psiche:
Ardesti; e a te l'antiche
Arme cadean di mano.
Vittima incerta, entro a funereo letto
Tradotta al monte, abbandonata e pianta,
Giù per valli profonde in ricco tetto,
Peso a un zefiro amico, ella scendea.
Là, di se in forse, i vòti dì vivea,
Fra tema e speme, a conosciuto amante:
E tu le usate prove,
Terribil nume, esercitar solevi
Sovra Nettuno e Giove;
Poi, col favor de l'ombre,
Ti raccogliea ne la segreta reggia
Talamo aurato d'immortal lavoro:
Ivi a le tue fatiche
Offria dolce ristoro
Il molle sen di Psiche.
Irrequieta Diva
Che ne le gioie altrui t'angi e rattristi,
Tu da l'inferna riva
L'aure a infestar del lieto albergo uscisti:
La giovinetta intanto
Gli avidi orecchi a tue menzogne apriva;
Né vide più ne l'amator celato,
Che spoglie anguine, ed omicida artiglio:
Finché il terror poteo nel cor turbato
Strano eccitar d'atrocità consiglio.
E già un placido sonno
Gli occhi d'Amor chiudea,
Quando a le quete coltri
Perversa il piè volgea:
Apparia ne le manca
La lucerna vietata;
Era l'infida e mal secura destra
D'ingiusto ferro armata.
Primi s'offriro a i desiosi sguardi,
Sovra l'estrema sponda,
Amor, gli aurei tuoi dardi:
Psiche gli tocca appena, e n'è ferita.
Scorge la chioma bionda,
Il volto e l'ali; Amor conosce, ed ama:
E cade il ferro; e la lucerna incauta
Coll'ardente liquor l'omero impiaga.
Fuggiva il sonno. A lei vergogna e duolo
L'alma pungean: tu rapido movevi
Per l'aure lievi a volo.
Te ritenne Citera. Ivi t'accolse
La rosata di Psiche emula antica;
E medicava la pietosa mano
L'offese de la tua dolce nimica:
Mentre la sconsolata
Te richiamava, lagrimando, invano.
Parlò a lungo il dolore,
Poscia il furor non tacque;
E invocò morte, e si lanciò nel fiume:
Cara un tempo ad Amore
La rispettaron l'acque.
Lei, che raminga in traccia
Del perduto signor scorrea la terra,
Incoraggì soave
La Dea che al crin le bionde spiche allaccia;
A lei stendea le braccia,
Racconsolando, e la compianse Giuno:
Sola Venere altera
Non calmò l'ire gravi; e su l'afflitta
Compier giurò la sua vendetta intera.
Chi dir potria l'oscura
Carcere, e i duri uffici?
Chi l'auree lane, e la difficil onda?
Amor, dov'eri? a te che tutto sai,
Come furono ignoti
De la tua Psiche i guai?
Ella, come imponea la sua tiranna,
Osò d'entrar per la tenaria porta,
E por vivendo il piede
Ne' tristi regni de la gente morta.
A lo splendor de l'auro,
Lei l'avaro nocchier pronto raccolse;
E varcò la palude.
Latra Cerbero invano:
Le gole il cibo, e gli occhi il sonno chiude.
Egli passa, e il soggiorno
Tenta di Pluto, e il fatal dono chiede:
Ricusa i cibi, e al giorno
Da Proserpina riede.
Deh, qual ti mosse feminil disegno,
Psiche, ad aprir la chiusa urna fatale?
Là de l'ira immortale
Era il più orribil pegno;
Ed ecco un vapor nero
Uscia, la cara a te luce togliendo;
E rendea l'alma al mal lasciato impero.
Ma vide Amor da l'alto,
Vide, e pietate il prese;
Sentì l'antica fiamma,
Ed obbliò le offese;
E a più beata sorte
La conservò da morte.
E volgea ratto al sommo Olimpo l'ali,
E innanzi al re che i maggior Dii governa,
Narrò di Psiche e di se stesso i mali,
E chiedea modo a tanta ira materna.
Impietosiva il gran Tonante: e Imene,
Siccome piacque a Citerea placata,
Obblio versò su le fraterne pene:
E l'ambrosia celeste Ebe ministra
Dolce a Psiche porgea:
Ella bevve, e fu Dea.