CLXXXIV

By Matteo Bandello

Stancar si può la lingua in dir, begli occhi,

le vostre grazie e doti,

ma non già tutte, n'io restar mai sazio;

ch'un pensier vuol Amor ch'ognor mi fiocchi

in mezzo l'alma, e noti

cose a lodarvi di gran tempo e spazio.

Ond'io lodo e ringrazio

la sua virtù, che m'ha di voi sì accenso,

che d'altro mai non penso,

né parlar posso, che di vostra fiamma,

benché ne scriva appena una sol dramma.

Tolto di me v'avete sì l'impero,

ch'ad ogni vostra voglia

quel di me fate che vi piace e aggrada.

Ed io di voi contento più non chiero,

né vuo' ch'altro mai voglia

quest'alma, fin che 'l corpo in terra cada.

Voi di virtù la strada

prima m'apriste col tremante raggio,

onde timor non aggio

smarrir la via, poi ch'ei m'è fatto guida,

tant'è vostr'alma luce chiara e fida.

Per voi la vita or non mi spiace ch'era

a me noiosa, e a sdegno,

quando viveva peggio assai che morto.

Occhi beati, senza cui si spera

indarno gir al segno,

che di riposo scopre il vero porto.

Ond'io, ch'accese porto

vostre dolci faville in mezzo l'alma,

con così cara salma

vommene lieto, e d'alto desir vago,

né più di basse voglie il cor appago.

Veggio, begli occhi, che temprate in modo

il fuoco ond'io m'incendo,

che d'eterno gioir mi fate erede.

E sì m'acqueto, e dolcemente godo,

che chiaro pur comprendo

che questa gioia ogn'altra gioia eccede.

E tengo ferma fede,

che s'io son vivo in tant'affanni e pene

da voi non d'altro viene.

Ché da' bei vostri raggi, e lor aìta

nasce il vigor, che mi nodrisce in vita.

Vile era anzi pur morto prima ch'io

del vostr'altiero sguardo,

luci serene, avessi ancor contezza.

Ma com'il vago lume m'infollìo

col fuoco, ove sempre ardo,

ratto conobbi allor la mia bassezza.

Ed ebbi per certezza,

che chi per voi sospira, al vostro fuoco,

come s'infiamma un poco,

si cangia tutto, e tutto si trasforma

e nova prende qualitate e forma.

Lasso, se l'ombra poi del fragil velo,

ond'io vo basso e grave,

in me di voi la luce non ombrasse,

amante mai non visse sotto 'l cielo

vita dolce e soave,

ch'al mio piacer di dietro non restasse.

Ma le mie forze casse

di virtute al gentil vostro gran carco

fan che nel dir son parco,

per ciò che cosa voi divina e santa,

ed io vile e mortal di terra pianta.

Pur ciò ch'io scorgo, e spesso in carte spiego,

così m'acqueta il core,

ch'altro non bramo, tanto mi diletta;

né mai dal mio voler punto mi piego,

ché 'l vostro gran favore

ogni dolcezza ed ogni pace alletta.

Né credo che perfetta

in terra senza voi più cosa viva,

perché da voi deriva

tutto quel ben, che qui s'agogna e cerca,

che vostra grazia, non tesoro merca.

Già l'ho ben detto, Amor, che la mia lingua

non è bastante e forte

de' begli occhi scoprir la gran virtute.

E se talor avvien, che 'n me distingua

la lor beata sorte,

onde dipende sol la mia salute,

i' veggio allor che mute

sarìan le lingue dotte ed ispedite.

Perch' a' begli occhi unite

son tante grazie e parti sì divine,

ch'umano ingegno non vi scorge il fine.

Tu viverai con l'altre,

povra canzon, tra queste canne e rive

delle bell'acque vive,

ed io col fuoco d'i bei raggi ardenti

starò per far i giorni miei contenti.