CLXXXIX – Bondi

By Giacomo Leopardi

Vagan gli ospiti intanto, e in ogni parte

Godono esaminar la reggia aprica.

Il Piacer mai dal fianco lor non parte,

E mostra, fin ch'ei può, la faccia amica:

Ma innoltra sempre: ché in quel loco mai

Non è concesso di fermarsi assai.

Molti il bramano, è ver; ma nol consente

Il Tempo inesorabile, che avanza.

Lieve ei corre così, che non si sente;

Né indietro ha mai di ritornare usanza:

Spingesi innanzi l'affollata gente,

Che di mal grado va cangiando stanza;

Ei pur l'incalza; e di partir fa fretta,

Né per preghiere o per lamenti aspetta.

Da lui sospinta, al declinar del giorno,

Passa la turba, e di partir s'attrista:

Altri intanto sottentra, e il bel soggiorno,

Che vanno i primi abbandonando, acquista.

Giran quelli, partendo, il guardo intorno,

Né più il Piacer né la Speranza han vista;

Ché sol con loro il Desiderio resta,

E la Memoria sterile e molesta.

S'avvian taciti, soli, e senza scorta;

Ché mai chi parte accompagnar non s'usa:

La scontentezza sul sembiante porta

Ognun dipinta, e il suo destino accusa.

Giungono in fine a la dolente porta,

Che guarda a sera, ed è a l'uscir dischiusa;

Dove ognor veglia su marmoreo scanno,

Invan pentito, il tardo Disinganno.

Come uom che di se stesso ha maraviglia,

Stupido ha il guardo, e l'aria greve e lenta;

Stringe le labbra, e ficca al suol le ciglia,

E il fronte chino con la man sostenta:

Fatto cauto per prova, altrui consiglia;

E gli anni scorsi con dolor rammenta;

Guarda indietro sovente, e poi sospira,

E l'albergo onde uscì, bieco rimira.

Da l'altra parte, in vedovile spoglia,

A ragionar con lui Vecchiezza siede.

Gli anni in lei non cangiar pensieri o voglia;

Benché già incurvi, e le vacilli il piede:

Di non poter più entrar par che le doglia;

E assai notizie a chi vien fuor richiede;

Indi, con voce trmolante e bassa,

Dal bel loco accomiata ognun che passa.

Così lascian l'albergo, allor che il raggio

Diurno inchina a l'occidente, e manca.

Poco lor resta a compiere il viaggio;

Ché il fin s'appressa, e il tardo piè si stanca.

Per loco errando van muto e selvaggio,

Incerti, a destra declinando e a manca:

Ché di cure acutissime e di stenti

Piena è la strada, e di pensier pungenti.

Ma poco van, che inevitabil ombra,

Crescendo, annunzia la funerea sera:

Un ferreo sonno i lumi stanchi ingombra,

E col dì chiude la mortal carriera.

Finisce allora il breve incanto; e sgombra

Il finto albergo, e non appar dov'era.

Apron, miseri, gli occhi; e in quel momento

Veggon sol nebbia dileguarsi al vento.