CLXXXIX

By Francesco Beccuti

Chi si fida in altrui quanto è mal saggio!

Prima poco splendea, pur oggi è spento

de la fede tra noi l'ultimo raggio.

Non si trova un fra mille uomini e cento

che con un suo particolar non pensi

usar qualche color di tradimento.

Sol con la fraude al suo bisogno viensi;

l'immensa ingratitudine (ahi, mal nato

secolo!) paga i benefìci immensi:

quel ch'è più debitor, quel è più ingrato;

chi dev'esser più fido è men leale;

tanto il mondo è corrotto e adulterato.

L'amar non giova, il ben servir non vale

anzi per cosa vil par che s'additi

chi non sa per il ben render il male.

Son gli amici e i parenti oggi traditi

dagli amici e parenti, e spesso sconta

un gran demerto gli obblighi infiniti.

Dunque amicizia, affinità congionta

non ci assicura, anzi via più c'inganna

quanto ha più 'l destro a farci danno ed onta.

Già pioveva dal ciel nèttare e manna,

ora piove gl'inganni e i tradimenti,

tal che chi vuol guardarsi invan s'affanna.

Chi si guarderà mai, se fra gli armenti

diventa il pastor lupo e 'l prato ameno

sotto i più vaghi fior cela i serpenti?

chi si guarderà mai, se il mondo è pieno

di Sinoni, Ginami, Bruti e Cassi,

c'hanno 'l mèl sempre in bocca e 'l tòsco in seno?

chi si guarderà mai ? chi 'n cielo stassi,

poi che qua giù la mano empia ed avara

nel sangue del fratel vermiglia fassi;

chi può guardarsi, oimè ! se la più cara,

grata famiglia nel tuo proprio nido

t'ordisce incomprensibil fraude e rara?

Alza tu, mondo, insino al cielo il grido

e tu, terra, trangugia nel tuo centro

l'anima e l'ossa d'ogni spirto infido.

Questo mar di perfidia, ove son dentro

sommersi tanti, è senza riva o fondo,

tal che in sì largo pelago non entro:

solo a mirar tant'acque io mi confondo,

signore illustre, e son di scusa degno,

ché, per solcare un mar tanto profondo,

altro Tifi bisogna ed altro legno.