CLXXXVII
Deh, come tosto si fa notte il giorno;
deh, come il vago e ’l verde
subitamente perde!
Tal si gode securo in bel soggiorno,
festeggiando a diletto,
lontan d’odio e di sdegno,
che poi repente il tetto
li cade sopra, e non vi resta un segno.
Tal si sommerge in porto;
tal va lieto a diporto,
che torna a casa poi mal vivo o morto.
Ahi, quanto è saggio ben chi non si fida
a sereno di verno,
né si dona in governo
a chi se stesso mal corregge e guida.
È ver che ’n ogni parte
si ritrova mal passo.
Faccia chi sa far l’arte;
al primo colpo non va pianta al basso,
né torre al primo assalto;
e quanto s’alza in alto
più l’huom, tant’è maggior cadendo il salto.
Tant’è, già non si niega, il lupo vole
la più guardata agnella;
e la rosa più bella
sfronda il vento talhor, distrugge il sole.
L’acerbo anzi il maturo
cade spesso; e si scende,
per salir in sul muro.
In gran proferte ed in terren che pende
non è da por speranza.
Morire è vecchia usanza;
e sciocco è, chi sta bene, a cangiar stanza.
Dopo lungo sudor, lunga fatica
nudo al sole, a la luna,
contadin prode aduna
picciol thesor de la sua bionda spica,
per riporlo al pagliaio:
onde la famigliuola
col povero granaio
pasca e sostegna, e sì quel mal consola;
quando poi sopravene
pioggia, che la sua spene
ne porta, e mesce e perde ogni suo bene.
Ben è Morte tiranna e senza legge;
col piè fangoso immondo
sempre il più chiaro fondo
di puro fonte fa torbido il gregge.
Rado suol da rastrello
cader vil vase e rotto,
e veggiam nel duello
di lutta chi sta sopra ir talhor sotto.
Dà ne la rete spesso
vago augel da se stesso;
e di novella ria ne vola il messo.
Con mio danno dir posso: «È vero un sonno
ogni tempo passato».
Né conosce il suo stato
mentr’huomo il gode, e mal tornar si ponno
indietro l’hore, e mai
il ben non s’ama o stima,
se tu nol perdi, e guai
a chi ’l futuro mal non vede prima.
Il pentirsi non giova.
Gran vantaggio ritrova
chiunque a l’altrui spese impara e prova.
Hor sì ch’intendo a pien quel che si dice:
è sbandita la fede;
il satollo non crede
al debile, digiun, nudo, infelice.
Il san spesso l’infermo
facilmente consiglia.
Non val difesa o schermo,
se ’l cielo altrui talhora urta e scompiglia.
Agevole è guardare
da la riva alto il mare,
e giudicar quel che nocchier de’ fare.
Io so, che ’l provo: e’ son molti al buon tempo
gli amici, e pochi al rio.
A seconda del rio
ciascun sa gir, sia pur tardi o per tempo;
ma non sì tosto poi
pioggia l’accresce e ’l turba,
che non curando i suoi
fugge indietro la vana infedel turba.
Non sia di tanto o quanto
chi si pregi, o dia vanto.
Si miete a sesta il riso, a nona il pianto.
Non perché chiuse i due begli occhi Morte,
che son anchora il die
a queste notti mie,
fia però ch’io non arda e ch’io non porte
soavemente il peso
ch’al cor mi pose Amore;
né sarà meno inteso
il grido infino al ciel del mio dolore.
Non è l’amare un gioco:
ove già fu gran foco
caldo riman per lungo tempo il loco.