CLXXXVII

By Francesco Beccuti

Sedêrsi i capitani e, il greco stuolo

sparso d'intorno, l'onorato erede

di Telamon, per dimostrar ch'ei solo

l'arme d'Achille degnamente chiede,

come l'ira il pungea, sopra quel suolo

non ben fermato l'uno e l'altro piede,

il torto sguardo al sigeo lido volse,

indi così l'irata voce sciolse:

— Trattamo, o Giove, a queste navi innanzi

la causa? e meco Ulisse oggi concorre?

Ma non ebbe timor lasciarle dianzi

in preda al fuoco del nimico Ettorre.

Quindi elle ardean senza restarne avanzi,

s'io per lor non ardiva il petto opporre:

dunque è ben ver che 'l contrastar aggrada

più col finto parlar che con la spada.

Io non al dir né questi al fare è pronto;

tanto ei vale nel dir quant'io ne l'armi:

benché io non penso a tutto il mondo conto

dover qui con la lingua a voi mostrarmi,

ché le opre mie sono a' vostri occhi in pronto;

conti Ulisse le sue, che giusto parmi,

che senza testimoni oscure vanno,

da la notte coperte e da l'inganno.

Premio chieggio, nol niego altèro e regio:

ma, come Ulisse al mio disir non ceda,

l'onor mi scema; poca gloria o pregio

è ottener quel ch'egli speri o chieda:

già di questa contesa ha in mano il pregio,

benché restarne perditor si creda,

ché non gli si può tôr che non racconte

d'esser venuto con Aiace a fronte.

Or io, se fosse ogni nostra opra oscura,

son per nobiltà chiaro, essendo uscito

di Telamon, che le dardanie mura

prese col forte Alcide e vide 'l lito

di Colchi con Giason, e fu fattura

d'Eaco giusto, il cui senno gradito

giudica l'ombre taciturne e danna

ove Sisifo il sasso ognora affanna.

Eaco nato al sommo Giove, il quale

esser costui sua vera prole afferma:

così, scendendo per celesti scale,

Aiace il piè nel terzo grado ferma.

Ma se tal succession nulla mi vale,

ed è ragione in questa causa inferma,

congiunto al grand'Achille esser mi veggio;

frate mi fu, le fraterne arme io chieggio.

Che vai pur tu, dal vil legnaggio sceso

di Sisifo, nei furti a lui simìle,

mischiando il tuo da mille macchie offeso

col sangue nostro candido e gentile?

Sarà forse il bel premio a me conteso,

perché io fui tardo a questa impresa o vile,

come costui che, per fuggirla, vòlto

a le sue frodi, fe' chiamarsi stolto,

fin che il buon Palamede (e con suo danno),

di lui più accorto, penetrò la scorza

del suo cor vile e ritrovò l'inganno

ed a l'armi schivate il trasse a forza?

Dunque le man che fuggîr quelle, avranno

queste famose? e la stupenda forza

e il valor mio, che vi fu sempre scudo,

resterà d'esse dispogliato e nudo?

Volesse Dio che veramente il senno

perduto avesse o nel cospetto vostro

fosse stato creduto almen quel cenno

né fosse nosco il scelerato mostro,

ché non saresti, Filottete, in Lenno

abbandonato con gran biasmo nostro,

ove s'odon le strida e i pianti grandi

ch'ognora al ciel contra quest'empio mandi.

Quest'è quel che per noi sotto una fede

cinse la spada, oimè! fra' più lodati;

è quel cui fece de' suoi strali erede

Ercol, dovuti agli dardàni fati,

ch'or son da lui ne le selvagge prede,

stretto dal male e da la fame, usati;

pur gli dura la vita, benché mesta,

perché lontan dal falso Itaco resta.

Tolto s'avria di rimaner non meno

Palamede, che vivo ancor sarebbe,

o senza macchia uscia di vita almeno;

perché costui, dopo l'ingiuria ch'ebbe,

senza scordarla punto, odio e veleno

nel suo perfido cor mai sempre crebbe,

e fe' credervi alfin che per argento

Palamede tesseva il tradimento.

E mostrar volse di cavar a sorte

quei denar ch'egli in prima avea sepolti.

Adunque o con gli esìli o con la morte

sempre gli aiuti v'ha scemati e tolti.

Così combatte, così Ulisse è forte;

e s'avanza nel dir Nestore e molti,

meco ragion non troverà che vaglia

d'aver Nestor lasciato in la battaglia.

Ché, stanco per vecchiezza e dal cavallo

ferito, chiese al suo bisogno appresso

Ulisse, e fu da lui tradito; e sallo

ben Diomede che chiamollo e spesso

gli addusse in faccia il vergognoso fallo.

Ma vien d'aiuto bisognoso anch'esso,

come a Dio piacque; e da lasciar ben lui

era, come egli avea lasciato altrui.

Al suo chiamar appresentaimi e scòrsi

questo campion tutto tremante e bianco

per la morte vicina, ond'io gli porsi

l'ampio mio scudo sopra il corpo stanco;

ma quel che non potea da terra tôrsi,

tosto fuggì, poi che si vide franco:

benché assai lode acquistò in quell'impresa,

avendogli io l'indegna vita resa.

Se nel combatter stai duro e perverso,

ritorniam pur in quel medesmo lato

e ripon ivi l'inimico avverso

e le tue piaghe e 'l tuo timor usato

ed umil, per aiuto, a me converso

dal forte scudo mio resta guardato,

e poscia sotto quel meco contendi

se pur la pugna desioso attendi.

Ettor vien fuora, e gli dèi seco in campo.

ed ogni squadra col suo brando atterra:

né pur si sbigottisce del suo lampo

Dulichio sol, ma i più famosi in guerra.

Costui, menando di vittoria vampo,

col grave sasso rovesciai per terra;

costui sostenni a singolar tenzone

né vinto fui da così gran campione.

Ecco i troiani il ferro e 'l fuoco e Giove

portan per fare ai nostri legni offesa.

Dove era allor questo facondo? dove,

quand'era già la nostr'armata accesa?

e, quando fu tra le nimiche prove

a mille navi 'l mio petto difesa,

speme del tornar vostro? E giusto parme

aver da voi per tante navi un'arme.

Con queste prove di Laerte il seme

ponga Eleno, Dolon, Reso e Minerva:

nulla apparisce al giorno; il tutto preme

l'oscura notte ed a la frode serva;

e seco ha sempre Diomede insieme:

onde, s'a merto così vil si serva,

per l'arbitrio di voi, sì nobil pegno,

Diomede ne fia più di lui degno.

A che chiede costui l'armi di Teti,

che disarmato va sempre e nascoso?

Non sa ch'i furti non terria segreti

l'elmo che per molt'oro è luminoso,

né 'l braccio, avvezzo altrui tender le reti,

de l'asta il peso reggeria gravoso,

né la sinistra sarebbe atta al pondo

del bello scudo ove scolpito è il mondo?

Perché cercare un don che poi ti renda

debole e fiacco? E quando il greco errore

tel concedesse, ti daria faccenda

d'esser preda ai nimici e non terrore;

e non è ben che sì gran soma prenda

un ch'è pronto a la fuga a tutte l'ore;

oltra che 'l tuo scudo nuovo è rimasto

e 'l mio per mille colpi è rotto e guasto.

Ma che tante parole? Immantinente

vengasi ai fatti, e l'armi di Vulcano,

che portò già quel cavalier valente,

gettinsi in mezzo a l'empio stuol troiano,

e qual di noi da la nimica gente

racquistar le saprà col brando in mano,

quel sia da voi de l'alte spoglie adorno,

e l'altro resti con perpetuo scorno. —

Già si tacea di Telamone il figlio;

ma quel ch'in fin del suo sermon raccolse,

seguìto fu dal popolar bisbiglio,

fin che l'itaco saggio in piè si tolse,

il qual, fisso a la terra alquanto il ciglio,

levò gli occhi a quei primi e 'l freno sciolse

a quel suon che aspettava ognun intento,

né senza grazia muove alcun accento:

— Se i miei coi vostri mille voti e mille

valean, non fôra di litigio tanto

l'erede incerto e noi te, sacro Achille,

e tu le tue buon'armi avresti accanto;

ma, poi che il fato iniquo altrui sortille

(e con la man s'asciugò gli occhi alquanto),

greci, chi può succeder meglio a lui

di quel per cui successe Achille a vui?

Or non giovi a costui che in apparenza

sembri, com'è, di mente rozza e grossa,

né sia nociva a me quella prudenza

utile a voi, fin che avrò polpa ed ossa,

e questa mia, se dir posso, eloquenza,

che per voi spesso ed or per me s'è mossa,

sia senz'invidia, e non rifiute alcuno

le proprie doti o 'l suo studio opportuno.

Ché il bel legnaggio e gli avi e quel che noi

non abbiam fatto, nostro appena chiamo.

Ma perché Aiace raccontò ch'i suoi

eran discesi da celeste ramo,

da quel medesmo ed altrettanti poi

gradi lungi da Giove ancor noi siamo:

quel fu padre ad Acrisio, e 'l padre mio

fu d'Acrisio figliuol e nipote io.

Né or che fosse alcun dannoso o messo

in duro esilio rinfacciar si sente;

ma aggiunge un'altra nobiltate appresso

di Mercurio per madre esser parente:

ma non perciò né perché il padre stesso

sia del fraterno suo sangue innocente,

chiedere ardisco il guiderdon proposto;

ne' merti sia questo giudizio posto.

Pur che ad Aiace l'esser frati insieme

Telamone e Peleo merto non sia

né si ricerchi 'l parentado o 'l seme,

ma questo premio a la virtù si dia,

Se riguardiam chi più li stringe o preme,

di Pirro o Peleo drittamente fia:

questo padre, quel figlio; e fra costoro

dov'è 'l luogo d'Aiace? il dono è loro.

Al grande Achille e di costui non manco

Teucro vicin, e pur Teucro non chiede

le famose armi, e, se le chiedesse anco,

fareste lui di sì gran pregio erede?

Or perché di nostre opre il nero e 'l bianco

sol si contende al paragone e vede,

bench'io feci assai più ch'or non m'occorre,

per ordin voglio alcuna cosa esporre.

Teti del fin presaga, in treccia e 'n gonna

vela il figliuolo e fra le donne il serra;

e l'apparenza e l'abito di donna

gabba ciascun, tra quali Aiace anch'erra:

io, per muover di Grecia la colonna,

merci portai da femmine e da guerra

ed in verginal veste ancor, tenendo

un'asta in mano, io lo spronai dicendo:

— O di dea nato, al cui valor si serba

la ruina dardania, a che più tardi

oggi mai di spianar Troia superba? —

Ed abbracciando i suoi fianchi gagliardi,

io lo sospinsi in quell'etate acerba

a seguitar di Grecia gli stendardi:

dunque dir posso l'opre sue non meno

esser d'Ulisse che di Achille sièno,

Io fui ch'apersi al re di Licia il petto

e 'l risaldai con quella lancia istessa;

fu da me Lesbo e Tenedo soggetto;

questa man fe' cader Tebe e Lirnessa;

per me fu Crisa e Cilla, alto ricetto

del sacro Apollo, e per me Siro oppressa;

e, trovando Achille io, non si può tôrre

che non giaccia per me l'inclito Ettorre.

E per quelle arme che fùr mezzo e scorte

a ritrovarlo i' vi dimando or queste;

io gliele diedi in vita, e dopo morte

son le dimande a rivolerle oneste.

Per l'affanno d'un sol, sotto una sorte,

tutta Grecia si muove e l'arme veste

e mille vele a un tempo Aulide tiene

di nessun vento o pur contrario piene;

E l'irata Diana in sacrificio

chiede d'Atride la figlia innocente;

col ciel s'adira ed al divin giudicio

ripugna in tutto il genitor dolente,

e, quantunque sia re, pure il supplicio

più de la figlia che del popol sente:

io col mio dire al pubblico profitto

l'animo rivoltai del padre afflitto.

Ora nol nego, e 'l re mi scusi, io vinsi

sotto giudice iniquo un duro piato:

l'util comun e del fratel dipinsi,

la regia podestà, lo scettro dato:

ove con queste e più ragion lo strinsi

a compensar col grido il sangue amato;

andai poscia a la madre, e modo accorto

fu l'usar seco astuzia e non conforto.

A cui, se fosse Aiace ito, sarièno

vedove de' lor venti ancor le vele.

Al palagio di Troia, allora pieno,

me ne vado orator pronto e fedele

e l'imposta ambasciata espongo appieno

con intrepido petto e fo querele

al rubator de la figlia di Leda

e con lei ridomando ancor la preda.

E col mio dir al voler vostro arreco

con Antenor quel re ch'i frigi affrena:

ma Paride e i fratelli e quei che seco

si trovâro a rapir la bella Elèna

le scellerate man (tu, ch'eri meco,

ben il sai, Menelao) tennero appena:

è lungo a dir quel che nel suol troiano

ho fatto col consiglio e con la mano.

Dopo le prime scaramucce stanno

dentro a le mura gl'inimici, e fuora

pugna fassi, tratto il decim'anno.

Tu che facevi? in che adoprasti allora

le forze tue, che sol combatter sanno?

Ma se cerchi i miei fatti, ciascun'ora

tendo insidie, riparo, armo e proveggo,

conforto i nostri e tutto il campo reggo.

Ecco, spinto da Giove e dal fallace

sogno, comanda il re, di scusa degno,

lasciar l'impresa: or nol comporti Aiace:

tolga la vita agl'inimici e 'l regno;

perché non ferma la turba fugace?

perché non fa di prender l'armi segno?

E non era ciò troppo ad un che suole

vantarsi ognor di prove altère e sole.

Che? fuggì forse anch'egli? Io vidi (e tale

spettacol m'arse di vergogna il vòlto)

quando le spalle tu volgesti, e l'ale

avevi a' legni per fuggire sciolto.

Io gridai tosto: — O che furor v'assale

di lasciar questo mur già in cener vòlto?

Siete stati dieci anni ad esso intorno;

che riportate in Grecia altro che scorno? —

Con queste ed altre che 'l dolore espresse

io rivoltai l'armata, e pel mio dire

chiama Atride le genti in fuga messe;

né pur la bocca ardisce Aiace aprire,

e 'l vil Tersite infino il re corresse,

bench'ei punisse il temerario ardire:

io gli sprono a la pugna e co' miei detti

ripongo il cor negli smarriti petti.

Da indi in qua le costui prove ascrivo

a me che la sua fuga indietro ho volta.

Finalmente qual è nel campo argivo

che l'amicizia teco abbia raccolta?

Ma Diomede, del suo Ulisse privo,

non muove orma, non parla e non ascolta;

e non è poco essere eletto solo

da sì gran cavaliere in sì gran stuolo.

Non mi stringea la sorte a girvi, e pure,

de la notte sprezzato ogni periglio,

Dolone, il fello, che qual noi l'oscure

torme spiava de' nimici, io piglio,

e pongo, per saper, tutte le cure

de la perfida Troia ogni consiglio,

e, veduto e cercato in ogni intorno,

già potea far con laude a voi ritorno.

Ma, non contento, in le sue tende poi

Reso lasciai con la famiglia uccisa,

e tornai lieto e vincitore a voi

sul nuovo carro, di trionfo in guisa.

Pur quella notte, Achille, i destrier tuoi

promise al suo Dolon Troia derisa;

e Grecia a me, per cui Dolone giace,

l'arme tue nega ed ha più grato Aiace?

Che dirò io de l'abbattute schiere

di Sarpedone licio e di Noemone

che mandai con Alcandro a l'ombre nere

in compagnia d'Alastore e Toone?

Io fei con molto sangue Alio cadere

e Carope ed Ifite, il fier garzone,

senz'altri ed altri che nomar non curo

ch'uccisi ho di mia man sotto quel muro.

Porto ancor piaghe in questo luogo belle;

né al dir si creda (e, il suo parlar sospeso,

si snudò il petto e disse): eccovi quelle,

e questo sempre a l'util vostro inteso.

Ma costui non ha franta ancor la pelle

né per voi sangue in cotant'anni ha speso:

a che bisogna rinfacciar le prove

ch'ei fece in mar contra i troiani e Giove?

Prese l'armi, io nol nego, e mio costume

non è mai di biasmar l'altrui buon'opra,

pur ch'egli al nome suo non faccia lume

con le comuni lodi e 'l nostro copra.

De le navi che al ciel mandâro il fume

con l'insegne d'Achille a l'armi sopra,

non fu Patroclo a discacciar men tardo

il fuoco e Troia e 'l difensor gagliardo.

Ancor presume col valor d'Ettorre

esser stat'oso a contrastar sol esso

e 'l re scorda e noi altri e non discorre

ch'egli l'ultimo fu ne l'urna messo:

la cieca sorte lui venne a preporre:

ma qual fu poi de la pugna il successo,

o fortissimo Aiace? Ettor si parte

né ferita ha del corpo alcuna parte.

Misero me! quel dì ch'a terra venne

il mur de' greci (ahi rimembranza dura!)

io riportai quel corpo e non mi tenne

punto sospeso il pianto o la paura:

questa spalla, dico io, questa sostenne

d'Achille insieme il corpo e l'armatura,

la quale oggi portar di nuovo tento

e forze in me da sì gran some sento.

Non mi manca l'ingegno a scoprir atto

l'artifizio e l'onor del dono altèro,

da Teti già con tanto studio fatto,

sol per vestirne un rozzo corpo in vero:

del scudo ei non conosce il bel ritratto,

le due città diverse e l'emispero,

l'Iade, l'Orse ed Orione; or prenda

queste bell'armi adunque e no' l'intenda.

Biasma costui ch'io mi sia tardi accinto

a l'aspra guerra, a così lunga via,

né il folle sa che di tal macchia tinto

il magnanimo Achille ancor saria:

se 'l finger chiami fallo, ambi abbiam finto;

se 'l tardar colpa, io di lui venni pria;

e durissimo fren tenne ambedui,

me la pia moglie e la pia madre lui.

Quei primi tempi a lei fùr dati, essendo

per voi poi tutto di mia vita il resto.

Alfin, se con tant'uomo io non difendo

il comun fallo, se pur fallo è questo,

Ulisse Achille e non Aiace intendo

che fosse Ulisse a ritrovar già presto.

Ma che guardiamo a la sua lingua sciocca,

s'ancòra voi di brutte infamie tocca?

D'accusar Palamede a me fu brutto

ed ornamento a voi, greci, il dannarlo?

Ma tant'error è manifesto in tutto;

egli stesso non seppe a voi negarlo,

e quel che contro lui per me fu indutto,

voi veniste con gli occhi a rimirarlo,

e 'l ritrovato argento a provar valse

che non erano in lui l'accuse false.

In Lenno sol per mia cagion rimaso

manco il buon Filottete esser non penso:

difendete voi stessi il vostro caso,

ch'a questo ognun di voi diede il consenso.

Non nego già di non l'aver suaso,

perché quetasse il suo dolore intenso:

rimase e vive, ed il successo buono

mostra che fidi i miei consigli sono.

E perché il buon Calcante a lui ne guida,

sia d'Aiace, non mia questa fatica,

che con qualch'arte o col bel dir conquida

l'alma a voi fatta per furor nimica.

Tornerà indietro Simoenta ed Ida

fia senza frondi ed a voi Troia amica,

prima ch'a' greci (il saper nostro tolto)

giovi d'Aiace il pigro ingegno e stolto.

Sta pur tu, Filottete, empio e restio

ai greci, al regno e contro me qual angue;

porgi senza fin vòti al capo mio,

brama avermi prigion, bevermi il sangue,

che a ritrovarti ne verrò sol io

per addur meco il corpo tuo che langue,

ed arò in man, se il pensier mio non falla,

i dardi tuoi, come ebbi Eleno e Palla,

senza cui, prender Troia il ciel negava.

Ov'è l'estrema forza, ov'è quel vanto

che sì gran cavalier oggi si dava?

E' non ha più di me fatto né tanto.

Perché rimaner egli e Ulisse andava

per le guardie notturne e in ogni canto

cercar Troia? e rapir in mezzo l'alvo

de la ròcca Minerva e tornar salvo?

Altramente di toro in braccio invano

sette ampie terga porteria costui:

allor vi posi il superb'Ilio in mano,

allora porta a la vittoria fui.

Cessa col ciglio e co' le labbia insano

mostrar Diomede: e' vi fu ancòra lui;

né tu sol fosti a mille navi scampo;

io meco ebbi uno e tu i miglior del campo.

Quasi non fosse a lor chiaro ed aperto

l'uom gagliardo del saggio esser minore,

chiederian essi 'l bel trofeo per merto,

ché non han men di te forza e valore;

ma cedon tutti al mio consiglio esperto,

del cui freno ha bisogno il tuo furore;

tu la possanza adopri e non la mente,

io discorro il futur come presente.

Tu combatti, io risolvo il tempo e 'l luoco;

tu sol con la man giovi, io con l'ingegno:

quanto la ciurma al buon nocchier dà luoco,

quanto è del fante il capitan più degno,

tanto avanzo e trapasso, e dirò poco,

d'ogni opra tua, d'ogni tua lode il segno;

ché non al corpo, a l'anima s'attende,

da cui sol nasce ogni virtude e pende.

Ma voi, signori, al vostro Ulisse, anzi Argo,

per dio, non siate di tal premio avari:

per quel sudor che in ozio vostro spargo,

quest'onor chieggio e per tant'anni amari.

Già l'opra è in fine e la vittoria è d'Argo;

tutti i fati ho rimossi a voi contrari

e già dir posso: per me vinse e prese

le mura ch'espugnabili v'ho rese.

Per l'estrema fidanza in voi riposta,

per quest'eccidio e per la dea rapita

o s'altra cosa v'è chiara o nascosta

ove l'ingegno espor s'abbia e la vita

o se pur Troia in alto fato è posta,

prego che sia la mia preghiera udita.—

E scoprì fuor Minerva a un tempo e disse:

— Date l'arme a costei, se indegno è Ulisse.