CLXXXVIII
In solitario luoco una donzella
essendo oppressa da dolor profondo,
una vecchia, che a guardia era di quella,
per ritornarle il bel viso giocondo,
incominciò così questa novella:
— Quando era ancòra giovinetto il mondo,
dico che una regina in certe bande
tre figliole ebbe di bellezza grande.
Furon le prime due di forma grate;
pur questa lor bellezza era terrena:
ma la terza ebbe in sé tanta beltate
ch'occhio mortal potea guardarla appena;
tal che la gente in quella rozza etate,
di stupor grande e riverenza piena
e d'una sciocca religione accesa:
— Questa è Vener — dicea — dal cielo scesa. —
Tratti infiniti avean da ciascun lido
a cotanta beltà questi rumori;
non si frequenta più Pafo né Gnido
né più a Vener si danno i sacri onori;
sola costei per madre di Cupido
s'invoca ed ha gl'incensi e i grati odori;
per la terrestre Venere ognun giura
e la vera nel ciel più non si cura.
La quale (ancor nei dèi l'ira s'accende)
del bel viso turbò l'aria serena
e cominciò: — Se meco omai contende,
se meco pugna una beltà terrena,
se a' miei sacrati onor oggi s'estende
una donna mortal senz'altra pena,
adunque in Ida io fui preposta invano
a l'altre dee dal gran pastor troiano?
Ma tosto ben farò tornare in duolo
a questa sciocca sua beltà profana. —
Così dicendo, chiama 'l suo figliolo,
fatto signore e dio da gente vana,
quel che per tutto l'arco addrizza e 'l volo,
quel che strugge ogni legge onesta e sana,
e con sue fiamme accese e con saette
sempre impunito ogni gran mal commette.
Dunque a costui, che prontissimo e sciolto
al mal conosce, mostra la donzella,
indi gli narra appieno ogni onor tolto
e l'offese e l'ingiurie c'ha da quella;
e, baciandogli spesso il seno e 'l volto,
il prega, il stringe, il stimola e martella
che lei d'un uom sì vile accenda e invesca,
ch'a tutto il mondo ed a se stessa incresca.
E, così detto, certa che al figliolo
sian comandi quei preghi, il carro sciolse.
Lieti i cigni spiegâr per l'aria il volo,
indi câlàrsi in mar, com'ella volse:
le belle ninfe e 'l marittimo stuolo
con gran piacer la bella dea raccolse,
cantando in voce lieta e sì gioconda
che per udirle 'l mar parea senz'onda.
Ognuno intanto Psiche adora e cole
(tal nome avea l'angelica fattura);
la loda ognuno, ognun veder la vole
con l'occhio casto e con la mente pura:
così lodar, così mirar si suole
pien di stupore e religiosa cura
statua di marmo in loco pio sacrata
che sia sculta da man dotta e pregiata.
L'una e l'altra sorella già godea
de le bellezze sue più temperate
e l'una e l'altra celebrato avea
col suo sposo regal nozze beate;
ma Psiche, verginella ancor, perdea
vedova quasi la sua verde etate
e seco odiava sua bellezza estrema,
cagion ch'ognun del suo coniugio tema.
Ma il padre che sospetto avea non poco
dei celesti odi in la sua figlia accolti
e sa ben che pigliar non puote in gioco
Vener quei sacri onor ch'ella gli ha tolti,
consigliar se ne volse e venne al loco
dove i febei responsi eran raccolti.
Ivi, chiedendo a cui maritar debbe
la sua figliola, tal risposta n'ebbe:
— Lascia la figlia tua nel monte alpestre
con l'ornamento del funereo letto,
perché il genero tuo non fia terrestre,
ma turbator d'ogni mortal diletto:
gli uomini doma e le fiere silvestre
ed è d'inganni e di dolor ricetto;
in cielo, in aria, in terra, in acqua è grande
e ne l'inferno il suo valor si spande. —
Udita ch'ebbe la malvagia sorte
de l'amata fanciulla, il padre mesto
torna piangendo a la fedel consorte,
e 'l comun danno lor fa manifesto:
ella piange e con lei piange la corte
e 'l popol tutto ne riman funesto
e dentro de la terra in ogni canto
per molti dì non s'ode altro che pianto.
Ma, stretti alfin da la necessitade
ché già l'ora infelice era vicina
che a la pena crudel tanta beltade
per giudizio divin chiama e destina,
quanto a la pompa funerale accade
parâr con faccia lacrimosa e china
e fêr di lumi il scur ferètro adorno
co' l'esequie che fansi ai morti intorno.
Il popol tutto, chiuso in negra vesta,
dietro a la bella giovane seguia:
a queste nozze van con quella festa
che a morte vassi spaventosa e ria;
la tromba lamentevole e funesta
non la dolce sampogna ivi s'udia,
e per nuzial facelle il mesto giorno
i torchi funerali ardean d'intorno.
Giunti, i miser parenti, afflitti e gravi
dal crudel caso e miserabil tanto,
quel che schivar non pôn dai fati pravi,
cercano almen di prolungare alquanto.
Psiche gentil con dolci atti e soavi
va rasciugando a l'una e a l'altro il pianto,
e per dar lor conforto, in tanta pena,
dicea con voce di dolcezza piena:
— Perché più indarno tormentate omai
la vostra inferma età per me tapina,
c'ho del vostro dolor più doglia assai
che del supplizio a cui son già vicina?
Allor pianger doveasi e tragger guai
che fu stimata mia beltà divina;
e so (la coscienza me 'l minaccia)
che Venere a tal pena oggi mi caccia.
Pianger doveasi allor che 'l popol tutto
di questa dea m'offerse il sacrifizio;
allor doveasi, allora stare in lutto
che 'l duol vostro ebbe e la mia morte inizio:
ma poi che l'una e l'altro ha al fin condutto,
confortar vi dovete, e quel supplizio
non differite più, ch'a me s'aspetta;
perché l'indugio aggrava la vendetta.
Se 'l sposo mio del mondo è universale
distruggitor, com'ha l'oracol detto,
non mi debbo doler d'un danno tale,
d'un danno ch'io con tutto il mondo aspetto;
ma se del languir mio punto vi cale,
conducetemi tosto al luoco detto,
però ch'il male aggrava e dà martìre
tanto quanto il suo fin tarda a venire. —
Era ciascun da sì pietosi accenti
e da l'alta passion tanto smarrito,
che avendo gli occhi nel bel volto intenti,
tante statue parean sopra quel lito.
Ma pur ella movendo i passi lenti,
giunsero alfin al luoco statuito,
ch'era d'una montagna alpestre ed erta
la più elevata cima e più diserta.
Qui sciolse ognun sì 'l freno al caldo umore,
che smorzar poté i torchi e le facelle;
indi nel cieco e solitario orrore
lasciâr soletta il fior de l'altre belle.
Tornò la madre e 'l re con più furore
ai crin canuti, a la rugosa pelle
e, ritornati d'ogni speme privi,
si serrâr nel palagio appena vivi.
Ma Psiche mentre pallidetta e grave
d'alta paura in su lo scoglio stava,
Zefir con mormorar dolce e soave
la sua vesta qual vela sventilava;
indi, come per mar spalmata nave,
per l'aria in giù sospesa la portava
e già dormente in un bel pian la pose
soavemente tra fioretti e rose.
Ivi bon spazio la gentil donzella
stette nel sonno e ne l'erbetta involta;
e, come prima alzò la faccia bella,
già da sé avendo ogni paura tolta,
di fruttifere palme e di mortella
scoperse una selvetta ombrosa e folta
e per quell'erbe uscir tacito e cheto
un picciol rio dal bosco più secreto.
Così lungo il ruscel per la verdura
mosse la ninfa baldanzosa il piede
e, sì come guidolla alta ventura,
giunse nel prato ove 'l bel fonte siede.
Quivi, vicino a la bell'acqua pura
(chi 'l crederebbe?) un gran palagio vede,
di sito, forma ed ornamento tale
ch'un simil mai non vide occhio mortale.
Sorgeano i muri suoi lucidi e tersi,
d'argento sculto in varie forme belle:
quivi di volti e d'abiti diversi
son dolci ninfe e vaghe fiere e snelle;
cosa più natural non può vedersi
ben da aspettarne i gesti e le favelle;
e 'l finto è tanto qui simile al vero,
che con la vista inganna anco il pensiero,
Cedro ed avorio più de l'Indo degno
formano i travi con sottil lavoro,
che sotto riccamente han per sostegno
alte colonne adamantine e d'oro;
vince lo stile ed ogni umano ingegno
l'alta disposizion, l'amplo tesoro;
copia di ricche e varie pietre fregia
il pavimento con pittura egregia.
— Beati a cui fuor d'uman uso lice
tra smeraldi e rubin muovere 'l piede! —
stupida, Psiche fra se stessa dice;
e con molta attenzion ricerca e vede
ogni parete in la casa felice
di lame d'or coperta insino al piede
colorite di smalto in varie fogge;
e son così camere, sale e logge.
Quel lampeggiar de le gemmmate sponde
ripercuote in se stesso e fa ritorno,
tal che se Febo il chiaro viso asconde,
può formar suo mal grado un altro giorno:
al stupendo edifizio ben risponde
il ricco ornato e 'l paramento adorno,
come per Giove, ch'abitar volesse
qua giuso in terra, apparecchiata stesse.
Mentre con gran baldanza e più diletto
va ricercando or questa cosa or quella,
voce ode uscir da non creduto aspetto,
che invisibilmente le favella:
— Donna, che guardi? Tuo è 'l ricco tetto,
tuo è 'l tesoro ed ogni cosa bella.
Noi voci siam tue serve a te presente;
però godi ogni cosa allegramente.
Entra in la lieta zambra, ove t'aspetta
l'odorifero bagno apparecchiato;
e se di riposar pur ti diletta,
d'oro e di seta è 'l tuo bel letto ornato. —
Psiche che di veder chi parla aspetta,
or si volge da questo or da quel lato,
né vedendo persona, è in dubbio e teme;
pure obbedisce fra timore e speme.