COLANTO E CUTONA
Non intesi una voce? o suono è questo
Dei dì che più non son? spesso alla mente
La rimembranza dei passati tempi
Vien, come a sera il Sol, languida e dolce.
Il rumor della caccia entro il mio spirto
Svegliasi, e l'asta col pensier sollevo.
No, non m'inganno, odo una voce: o figlio
Della notte, chi sei? dorme la bassa
Stirpe mortal; nelle mie sale è 'l fischio
Di mezza notte: sarà forse questo
Lo scudo di Fingal che ripercosso
Echeggia al vento: nella sala ei pende
Dalle pareti, e di trattarlo gode
L'ombra del padre. Ah sì ti sento, amico,
Molto è che lunge dagli orecchi miei
Stette la voce tua: sopra il tuo nembo
Qual ragion ti conduce, o generoso
Figlio di Morni? e dove son gli amici
De' tempi antichi? e dove Oscarre, il figlio
Della mia fama? ei solea starti appresso,
Quando sorgea della battaglia il suono.
Dorme di Cona la soave voce
Nella sua sala romorosa? dorme
Ossian tranquillo, e stan gli amici intanto
Senza l'onor dell'aspettata fama?
Volvesi il mar sopra l'oscura Itona,
Né vede lo stranier le nostre tombe.
E fino a quando dovrà star sepolta,
E inonorata la memoria nostra,
Cantor di Selma?
Oh potess'io vederti
Cogli occhi miei, mentre tu siedi oscuro
Nella tua nube! Or di', somigli, amico,
Alla nebbia di Lano? oppure ad una
Scolorita meteora? E di che sono
Della tua veste i lembi? E di che fatto
È l'aereo tuo arco? Egli partissi
Nel nembo suo come sfumata nebbia.
Scendi dalla parete, arpa soave,
Fa' ch'io senta il tuo suon: sorga la luce
Della memoria, e disfavilli sopra
L'oscura Itona, onde veder io possa
Gli estinti amici. Ecco gli amici io veggo
Nella fosca-cerulea isola; io scorgo
La caverna di Tona, ecco le piante
Tremanti al vento, e le muscose rupi.
Presso mormora un rio; pende Toscarre
Sopra il suo corso; egli ha Fercuto accanto
Mesto, e dell'amor suo siede in disparte
La vergine dolente, e piange, e geme.
M'inganna il vento? o le lor voci ascolto
Veracemente?
Tempestosa notte,
Notte atra: rotolavano le querce
Dalle montagne; il mare infin dal fondo
Rimescolato dal vento mugghiava
Terribilmente, e l'onde accavallandosi
Le nostre rupi ricopriano; il cielo
Mostravaci la felce inaridita
Col suo frequente balenar. Fercuto,
Vidi lo spirto della notte; ei stava
Muto sopra la spiaggia; errava al vento
La sua veste di nebbia; io ne distinsi
Le lagrime; ei sembrava uom d'anni grave,
E carco di pensier.
Toscarre, al certo
Questi è tuo padre: ah ch'ei nella sua stirpe
Qualche morte prevede: in tale aspetto
Già, mi rimembra, ei fè vedersi in Cromla,
Pria che cadesse il gran Mornante. Ullina
Ullina, o quanto graziosi e cari
Sono i tuoi monti, e le tue valli erbose!
Sopra gli azzurri tuoi ruscelli siede
Grato silenzio, e ne' tuoi campi è il Sole.
Soavissimo in Selama a sentirsi
È il suon dell'arpa, amabili e gioconde
In Cromla son del cacciator le grida.
Noi nell'oscura Itona or da tempeste
Siamo accerchiati; il bianco capo inalza
L'onda su i nostri massi, e stiam tremando
In negra notte involti.
Ove n'è ito,
Fercuto antico, il tuo guerriero spirto?
Pur io sovente intrepido ti scorsi
Entro i perigli; in mezzo alle battaglie
Vidi i tuoi sguardi sfavillar di gioia.
Ove n'è ito il tuo guerriero spirto?
Sempre furo animosi i nostri padri.
Va', guarda il mar che già cade e si spiana;
Già cessa il soffio tempestoso, l'onde
Tremolando diguazzansi, e del vento
Sembrano paventar: ma guarda il mare
Che già già s'abbonaccia. Ecco il mattino
Che sulle rupi albeggia: in breve il Sole
Risguarderà dall'oriente in tutta
Della sua luce l'orgogliosa pompa.
Partendo da Colanto, io veleggiava
Tutto festoso, con placida auretta,
E l'isola dell'onde costeggiava.
Ivi dell'amor suo la verginetta
Vidi i cervi inseguir leggeramente
In cacciatrici spoglie agile e stretta.
Ella pareami raggio d'oriente,
Ch'esce fuor fuora,
E i nembi indora
Di luce amabilissima ridente.
Il nero crin sul petto le cadia,
Piegava l'arco,
Gentile incarco.
Curvetta in atto pien di leggiadria.
Ella mostrava il candidetto braccio,
E parea neve,
Che leve leve
Scende sul Cromla, e si rassoda in ghiaccio.
Vieni all'anima mia, tosto diss'io,
Raggio d'amore,
Vieni al mio core,
Allo mio core ch'è tutto desio.
Ma ella stassi mesta, e non risponde;
Pende sull'onde - e si distrugge in pianto;
Pensa a Colanto, - e langue, e s'abbandona.
Dolce Cutona - al duol che sì ti sface,
Troverò pace?
Lungi di qua, muscosa
Rupe sul mare incurvasi
D'antichi alberi ombrosa.
A' cavrioli è quella
Gradita solitudine,
La gente Arven l'appella.
Ivi all'aer di Mora
S'alzan le torri, ivi 'l mio ben dimora.
Lassa! che incerto ei palpita,
E sta guardando il mar,
Per discoprir se l'unica
Sua dolce cura appar.
Oimè! che dalla caccia
Le figlie ritornarono.
Vede i loro occhi turgidetti, e languidi:
E l'amor mio dov'è?
Elle passaron meste, e non risposero;
Oimè! Colanto, oimè!
Se cerchi la mia pace,
Straniero, in Arven col mio cor si giace.
E bene alla sua pace
Ritornerà Cutona:
Ritornerà alle sale
Del nobile Colanto;
Ei di Toscarre è amico:
Io festeggiai tre giorni
All'ospital sua mensa.
Venticelli d'Ullina, o venticelli,
Venite celeri,
Soffiate placidi,
Rigonfiate le vele, e sospingetele
Verso l'arvenie fortunate piagge.
Cutona in Mora
Riposerà.
Dolente e misero
Toscar sarà.
Ei si starà soletto
Dentro la sua caverna;
La nel campo del Sole.
Il vento ad or ad or tra fronda e fronda
Mormorerà.
Egli alla voce tua dolce e gioconda
Pensando andrà.
Ei struggerassi in pianto;
Ella in braccio sarà del suo Colanto.
Oh! oh! che nube è quella
Ch'io ravviso colà? porta nel seno
L'ombre de' padri miei, veggo le falde
Delle lor vesti, veggo
Che come azzurra nebbia... o Ruma, o Ruma,
Quando deggio cader? Cutona afflitta
La sua morte prevede: ah mio Colanto,
Lassa! pria ch'io men vada
Nella magione angusta
Per non tornar più mai,
Caro, non ti vedrò, non mi vedrai?
Sì ti vedrà, Cutona, ei già sen viene
Sopra il rotante mar, già pende oscura
Sulla sua lancia di Toscar la morte.
Al fianco ha una ferita,
Ei ti chiama, e l'addita.
Vedilo, vedilo,
Prosteso e pallido
Sullo speco di Tona.
Che fai? su vientene
Colle tue lagrime,
Bella Cutona.
E ti sogguarda ancora;
Piangi infelice il bel guerrier di Mora.
Comincia ad oscurarsi nella mente
La visione; io più non veggo i duci.
Ma voi cantori de' futuri tempi
Ricordate con lagrime la morte
Del nobile Colanto; egli cadeo
Anzi la sua stagion; volse la madre
L'occhio al suo scudo, e ravvisollo asperso
Di nero sangue: ahi! che mio figlio è spento,
Disse, e sonò l'alto suo lutto in Mora.
E tu, bella Cutona,
Pallidetta ti stai
Sulla tua rupe appo gli estinti duci.
Va la notte, e torna il giorno,
Tu d'intorno
Guardi, né v'ha chi la lor tomba inalzi.
Spaventati i corvi striduli
Da' tuoi gemiti fuggon via;
Le tue lagrime, mesta vergine,
Larghe sgorgano tuttavia:
Tu sei pallido
Viso candido,
Già sì vago;
Come nuvola
D'acqua turgida
Sopra un lago.
Vennero i figli del deserto, e morta
La ritrovaro; alzan la tomba ai duci:
Ella riposa al suo Colanto appresso.
Colanto, or va', la sospirata fama
Già ricevesti; non venirne, amico,
Ne' sogni miei; dalla mia sala lungi
Stia la tua voce, onde la notte il sonno
Scenda sulle mie ciglia. Oh potess'io
Scordar gli amici estinti, infin che l'orme
Cessan de' passi miei, finché men vado
Ad unirmi con loro, e che ripongo
L'antiche membra nell'angusta casa!