Contenzione di Pluto e Iro composta per il magnifico cavagliero mesere Antonio F...

By Antonio Fileremo Fregoso

Un patente olmo dentro a Culturano

alza superbo li suoi rami al cielo,

che fa publica sala a ogni vilano

con la larga ombra del fronzuto velo.

Qui i rozi amanti con sue ninfe a mano

di sudor bagnan spesso il grosso pelo

ballando sotto quel nei giorni estivi,

rusticamente nel danzar lascivi.

Qui il pretor de la villa tien sua banca,

su la qual ministrar iustizia suole,

non dotta e ornata, ma almen pura e bianca,

lui in sedia stando e io fugendo il sole.

Ivi era per posar mia mente stanca,

quando un cieco con alte sue parole

venne da una gran donna lì guidato,

— Ragion! ragion! — cridando a l'iniuriato.

Mentre questo diceva, ecco alor giongere

il suo avversario tutto pien di sdegno,

qual con parole il cominciava a pongere,

ma il prudente official glie fece segno

che stesse queto e non volesse agiongere

a questo ardente foco più alcun legno,

e cercasse defender sua ragione

con un modesto e con civil sermone.

Sogionse poi: — Se la bilancia retta

degio tener a iudicar fra voi,

l'un parli prima mentre l'altro aspetta,

poi quel risponda a gli argumenti suoi,

e quando arà ciascun sua ragion detta

saprò del dritto iudicar, da poi

che chi una lite vuol ben difinire,

ambe le parte ben convengli audire.

Ma prima il nome vostro me direti,

perché altramente non vorei scoltarvi,

s'io non son chiaro avanti ben chi seti,

perché potresti in vano afaticarvi

non essendo sugeti a' mei decreti;

ma se ragion cognosco poter farvi,

farò iustizia a voi tanto espedita,

che me e l'olmo amarete in vostra vita —.

Alora il cieco altiero incominciava:

— Satisfar son contento a tue richieste,

ben che de apalesarmi assai me aggrava

per ritrovarmi in queste inculte veste.

Sapia che scognosciuto cossì andava

sol per fugir da certe gente infeste,

da le qual mai disvilupar mi posso

poi che una fiata m'han gli artigli adosso.

Ma pria ch'io manifesti a te ch'io sia,

giura, ti prego, de non palesarme

e de non farme iniuria e vilania

e a mio piacer in libertà lassarme —.

Disse el pretor: — Io giuro in fede mia

se non al tuo voler di te impaciarme,

e pur se 'l palesarte ti dispiace

e dubiti di me, partendo tace —.

— Io son quel Pluto, dio de la richezza —,

respose alor, — qual vedi cossì inculto:

vado cossì per più mia sicurezza,

per fugir de' mortali il grande insulto,

ché più stretto me tien chi più m'aprezza;

per me nel mondo è tanto gran tumulto,

fan gli umani per me gran contenzione,

ognun me cerca, ognun me vuol pregione —.

Restò il pretor alora ammirativo

stringendo i labri, alzando ambe le ciglia

come de sentimento fusse privo,

né poteva parlar per maraviglia

e stava tutto in sé dubitativo,

come ch'aspetta ch'altri lo consiglia.

Al fin gli fece pur questa risposta,

con facia ad onorarlo assai disposta:

— Se sei quel Pluto, ho singular piacere

che 'l mio fatal destin m'abia concesso

ch'io possa inante a me un tal dio vedere,

ben ch'io nol possa creder, tel confesso,

che tal grazia dal ciel potessi avere

di veder Pluto non che averlo apresso,

ma facio anch'io come alcun altro dice:

non crede a gran venture uno infelice.

Sii che tu vogli, intendo in ogni modo

invïolata mantener mia fede,

ben che chi vuol richezza, inganno e frodo

abracia e tien coscienza sotto il piede,

e de promisse sue rompe ogni nodo;

pur nondimen alcun gli è che possede

divizie con costumi santi e onesti:

farò a ogni mio poter esser di questi.

E tu che sei, che in colera sì acceso

questo con la tua lingua pungi tanto,

come t'avesse gravemente offeso?

S'egli è Pluton che da' mortali ha il vanto,

se con sua immensa deitate ha preso

per pregion quasi il mondo tutto quanto,

ben che egli nol comprenda essendo ceco,

sei pazzo se de par contrasti seco —.

Respose quel: Son Iro poveretto,

anzi son vero dio di povertate:

però m'ha questo avaro sì in dispetto

e me persegue in villa e in la citate.

Per sorte mia m'aveva un loco eletto

in casa d'uno uom pien di bontate;

io stava in questo albergo assai quïeto

con la felice povertà mia leto,

ma poi che questo ceco, pien d'invidia,

in sua compagnia venne ad abitare,

inde scaciomi con sua nova insidia,

né più l'amico mio mi vuol parlare:

pien l'ha d'orgoglio, d'oro e di perfidia;

però, pretor, non lo doveva fare

caciarme del mio antiquo alogiamento,

che più di lui son degno, per un cento.

E inanti a te son qui per farne prova,

e gli argumenti nostri intenderai

e che ragion contra costui mi mova;

inteso il tutto poi iudicarai

ch'a' mortali di noi più noce o giova,

e se iusta bilancia tu terai,

sì come io credo, io non l'estimo un iota,

ben ch'io mi trovi con la borsa vòta —.

Ma quel pretor ch'avea gentil ingegno,

sorise alquanto tal parole audite,

e disse ad Iro pien di iusto sdegno:

— L'impresa a piacer vostro ormai sequite,

ché ben ch'io me cognosca esser indegno

fra dui dei iudicar di tanta lite

pur dirò il mio parer sincero e netto,

poi che m'aveti confidente eletto —.

Cominciava Iro: — Poi che in possessione

son di parlar, io seguirò mei detti.

Dico: più degno son di te, Plutone,

assai, non poco, per molti rispetti,

e prima una invincibile ragione

io te dirò con argumenti stretti,

che quel più nobil sempre fu estimato

ch'è de più antiquo sangue e magior stato.

Più di te donque son, Pluto, eccellente

perché regnai fine in la età primera

quando vivea di giande quella gente

e la fede era alor bianca e sincera.

Mentre ch'alcuno a te non pose mente,

alor sicuro ognun nel mio regno era;

venisti detro a me con tanti mali

a regnar poi fra' miseri mortali.

Teco Superbia venne e Avarizia,

Lascivia e la Lussuria vergognosa,

Accidia che la mente e il corpo vizia,

l'affannata Ambizion che mai non posa:

tu fusti il condutter d'ogni tristizia,

impossibil seria ogni mala cosa

narrar che in compagnia menò costui:

chi il vizio vuol aver, seco abbi lui.

Quasi ognun che nel tuo favor s'aleva,

cresce enervato, ignavo e senza lena,

e se avvien ch'un disagio un dì riceva,

in pede eretto se sustiene a pena,

tanto ogni poco sconcio quello aggreva;

gionge podagra de lamenti piena

pel vivere lascivo e disoluto,

tal che in vinti anni spesso vien canuto.

Eccetto d'oro, al fin sazio è dil tutto,

né piacer quasi può gustar d'un bene,

ché l'abondanza il gusto gli ha distrutto;

ma i mei sugetti, usati a patir pene,

con ogni cibo grosso, ogni vil frutto,

sua vita facil sana ognun mantene:

l'ampla gola de' tuoi li fa cercare

in India i cibi e nel profondo mare.

Poi questa leve più che secca foglia,

più di te ceca, se ben gli ochi ha aperti,

apetitosa e non sa quel che voglia,

inesorabil né secundo i merti

le genti del favor suo veste e spoglia,

di cui tutti gli effetti sono incerti:

in lochi te conduce alcuna volta,

che stai come persona chi è sepolta.

Prima l'Industria è mia compagna cara

da cui ogn'opra virtüosa nasce;

Sollicitudo, ch'è del tempo avara,

sempre fu meco fine in ne le fasce;

mia donna Povertà, che par sì amara,

i tuoi sugetti, o ceco avaro, pasce:

in fine, ogn'opra degna che si vede

chi non sa che da me quella procede? —.

Colei che fine alora avea taciuto,

Fortuna ch'era guida di Plutone,

vedendolo restar smarito e muto

prese sdegnata la sua protezione.

— Poi che de provocarme t'è piaciuto —,

glie disse, — e perda assai reputazione

a parlar teco, a cui guardar non soglio,

causidica di Pluto or esser voglio.

Misero abitator de l'ospitale,

donque presontüoso hai tanto ardire,

a sì gran dio voler stimarti equale?

Lui è adorato e tu uso a servire,

anzi sei strazio ver d'ogni mortale,

bestia che fine el can cerca fugire

latrando quando vede tua figura,

ch'a ognun la facia tua mette paura.

Mentre sotto l'imperio tuo viveva

quella gente con giande come bruti,

lege alcuna costor non costringeva,

ma erravan come fere disoluti

come il suo istinto natural sporgeva;

fatte son per Pluton lege e statuti,

l'ample citate da le mura cinte

e con tanti ornamenti poi distinte.

Per lui sono i politici costumi,

le civil compagnie, le stanze ornate,

ché abitavano i tuoi fra grotte e dumi

al fango il verno, al caldo sol l'estate:

e donque a lui equale esser presumi,

ché tuoi sugetti vanno a le giornate

seguendo lui come faria il suo cane,

come suoi schiavi mendicando il pane?

I regni e i settri sono in la sua mano,

il credito, l'onor, la gentilezza

e ciò che è di bisogno al stato umano;

la sua potenza ognuno onora e aprezza:

non è paese o populo sì strano

che non se umìli sotto sua grandezza,

e fa con sua possanza costui fare

quel che impossibil quasi a ciascun pare.

Templi e teatri e le superbe torre

son per lui fatte, e non si move sasso

che in opera costui non facia porre;

al pupillo, a l'infermo aflitto e lasso

con el suo gran favor costui socorre;

in lui è la letizia, in lui è il spasso:

i beni tutti in lui son de' mortali,

ma in te nulla è se non suspiri e mali.

Tu chi ceca me dici, o sventurato,

e ch'io guidi il mio Pluto in tal magione

dove staria assai meglio sotterrato

ch'aver comerzio de sì vil persone,

biasmi quel de che laude ho meritato;

mostra sua forza in questo il gran Plutone:

a far ch'un rude, abietto, anzi da niente

ognun l'estimi più che uno eccellente.

Se un omo degno noi faciam felice,

la laude non è nostra, o simpliciotto,

perché più parte della gente dice:

— Virtute esalta questo om sagio e dotto —;

cossì Virtù la gloria ha in nostra vice

e del nostro valor non si fa motto,

ma se onorato è sol per nostro aiuto,

la laude è sola di Fortuna e Pluto.

Mira gran maraviglia, o poveretto,

quanto è de gli altri dei Pluton soprano,

ché se vuol favorir un suo sugetto,

quantunque sia lunatico e insano,

ognun l'onora, ognun gli ha gran rispetto

e gli è parlato con birretta in mano,

ché Pluto a quei che sono a' suoi servizi

spesso dona un mantel che cuopre i vizi.

Cossì chi in questo mondo aver vuol bene,

chi vuole aver virtù, chi vuole onore,

esser di Pluto amico gli conviene,

e mancando da poi dil suo favore,

mai non sente altro se non scherni e pene:

quasi ognun praticar con lui ha orrore,

ognun schiva l'inculta sua presenza

come s'avesse adosso pestilenza —.

— Iniqua, o sol travaglio de' mortali —,

respose Iro, — questa è miseria estrema

ch'hai ditto, la qual seco ha tanti mali,

non Povertà qual porta altro diadema;

non abita tal dea ne gli ospitali,

anzi matre è d'ogni virtù suprema

e i servi nostri son di tal natura,

che non hanno dil tuo furor paura.

E hanno in sé tesor d'un'altra sorte

che quel dil tuo Pluton, crudel tiranna,

il quale a pena toglier gli può morte;

questo non pesa, questo non affanna:

anzi cantando in mezzo a le coorte

de' gran latroni in una vil capanna

non han bisogno di fortezza o muro,

ché in ogni loco è ognun di lor sicuro.

Quanti de' mei sugetti han vilipeso

come vil cosa il tuo Plutone avaro,

tanto avean di saper l'animo acceso:

fatto han come in tempesta il marinaro,

ch'avendo in la sua barca troppo peso

di ricca merce o de tesor più caro,

volendo aver sua nave più espedita,

il tutto getta per salvar la vita.

Mira il degno Abderite, el gran Biante,

il dotto Omer che de' poeti ha il pregio,

il casto Tianeo e il bon Cleante;

virtù cercando, t'ebero in dispregio

Francesco poi da le stigmate sante,

che per la povertà s'è fatto egregio,

e infiniti ch'io potrei narrare,

che te spreziorno sol per sé salvare.

Chi il mondo cerca tutto a parte a parte

magior assai del tuo trova il mio regno:

da noi proceden tutte quante l'arte,

ché la necessità fa acuto ingegno,

e quante virtù mai fur scritte in carte,

pitture, intagli, il mar solcar s'un legno

e tanti altri artifìzi che se vedeno

da mia compagna Industrïa procedeno —.

Voleva ancor sequire il suo sermone

Iro, qual era in colera anche acceso,

quando disse il pretor: — Vostra ragione

a sufficienza chiaramente ho inteso,

ma qui bisognarebbe esser Solone,

perché questa è una causa di gran peso,

non d'omo chi in tal loco a banca sede,

perché dolce de sal più parte il crede.

Da poi ch'io non me sento sufficiente

a iudicar fra voi, meglio è tacere,

ma posso ben pregar continuamente

che 'l ciel te facia, o gran Pluton, vedere,

ché mai fu un dio al par di te eccellente,

se tu potessi un po' di luce avere

per saper poi andar dove bisogna

e non con gente qual ti fan vergogna.

Se vostre lite pur finir volete,

ite a Milano al gran Senato santo:

qui Patri integri e dotti trovarete

e un Preside che sempre ha Virtù a canto,

a cui vostra ragion ambi direte;

benigno ascolta ognun, grazioso è tanto

che mai scontento alcun da lui si parte:

farà iustizia, audite ambe le parte —.