COSTUMI DEL GIORNO
Vedo a contrasto i titoli e la fame,
patrizia veste ed anima plebea:
italo fumo e nordico letame
e di Croci vendemmia e diarrea:
cocchier, ministri, venturieri e dame
calcare i quarti in danza priapea,
scartato il savio qual zizzania o loglio
l'usuraio agli onor del Campidoglio.
Nisa, alla foia che non ha riparo,
per ultimo soccorso ha manomesso
il peculio castrense, e col rincaro
la merce che vendé ricompra adesso.
Crispo, a pagare il sarto e il calzolaro
ruba avventori a più vendibil sesso,
o alle vecchie galanti del paese
appigiona la schiena a un tanto il mese.
Né più il paterno o il maritale ostello
in tanta oscenità basta alle donne;
talamo appresta al subito rovello
il bagno, il cocchio e stipiti e colonne.
Canto alli sposi di sinistro uccello
è il duo, la farsa e il Kyrieeleisonne;
e la modista nelle arcane soglie
fa la cuffia al marito ed alla moglie.
Usa esser dotto. Dalla ninna nanna
svegliato appena il sofo adolescente
stampa drammi e centoni o siede a scranna
banditor di sistemi impertinente.
Nauseando il nettare e la manna
(ardua vivanda per il primo dente)
censura opere altrui che non ha lette,
studia filosofia nelle Gazzette.
Spiace il semplice e il vero: al ciel si leva
sulle gote e nei libri il minio e il fuco.
Il nobil frutto che mal piacque ad Eva
sfronda a sua voglia il ciarlatano e il ciuco:
perde speranza di gloria longeva
il dotto pel censor rimasto eunuco:
il Genio o si punisce o non si cura,
a chi l'ha nuoce, e al resto fa paura.
Questi gli anni più belli e il censo avito
dissipati nell'ozio o a far l'Inglese,
trito si trova adesso e rifinito
con più quarti di bue che di Marchese;
a quattro figli, che da buon marito
tenne al fonte per suoi, chi fa le spese?
Come Conte Ugolino ei vede espressa
per quattro visi la sua fame istessa.
La moglie al primo, con la zucca rasa
al secondo giovò la sagrestia;
venduto il terzo al Presidente, annasa
un poderetto in Depositeria;
fidato il quarto all'albero di casa
si vela d'elegante ipocrisia,
di bussolotti giocator perfetto
al Casino ti decima il sacchetto.
Non dirò come ognun s'affanni e sudi
ad allevarsi in seno unica rogna:
delle arti nostre, dei gentili studi
paesani di Dante hanno vergogna.
Sullo stranier che dà cene e tripudi
gettansi come corvi alla carogna;
si raccomanda in volto italiano
bellezza, per esempio oltramontano.
Altri viaggia e varca l'Alpi, il grato
vapor libando d'ogni estraneo clima,
tanto che i modi e il gergo invidiato
di stranier, per assenza in lui s'imprima.
E alfin ritorna anfibio e nauseato,
più povero e più asino di prima;
e dell'italo suol cieco ai prodigi
loda il fango di Londra e di Parigi.
V'è chi sfonda gli scrigni o il capitale
cristianamente mercanteggia, e destro
manda Conti e Baroni allo spedale
della sorte sicuro e del capestro.
Quando non ne vuol più, per quel che vale
compra il grado, la Croce e il Gran Maestro;
e su in ciel santo Stefano si lagna
di vedere un pirata in cappamagna.
Ove inesperta gioventù s'aduna
piange Mario d'Italia il duro giogo;
ma cambiando coi quarti della Luna
d'aprile è birro, a maggio è demagogo.
Vinci? Ti fa il bidello alla tribuna:
trionfa tirannia? T'accende il rogo.
Doppiamente falsario e prostituto
lo pagan tutti e ancor non è venduto.
E voi botoli inetti incontro al vizio
non zelo, invidia ad abbaiare infiamma:
ma un ghigno, un cocchio, un pollo gentilizio
non vi lascia di core oncia né dramma;
ligii rodete l'osso del patrizio,
e a chi non dà lanciate l'epigramma;
gridano i bimbi per la via maestra
«Caton si cheta con una minestra».
Godi o mia Patria! Ognun di noi s'affida
«a così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello!»
Pappataci il Prelato, il prence Mida;
Ciambellano la spia, frate il Bargello;
Marte coniglio; il birro basilisco;
Gabrina sull'altar, Socrate al Fisco.