COSTUMI DEL GIORNO

By Giuseppe Giusti

Vedo a contrasto i titoli e la fame,

patrizia veste ed anima plebea:

italo fumo e nordico letame

e di Croci vendemmia e diarrea:

cocchier, ministri, venturieri e dame

calcare i quarti in danza priapea,

scartato il savio qual zizzania o loglio

l'usuraio agli onor del Campidoglio.

Nisa, alla foia che non ha riparo,

per ultimo soccorso ha manomesso

il peculio castrense, e col rincaro

la merce che vendé ricompra adesso.

Crispo, a pagare il sarto e il calzolaro

ruba avventori a più vendibil sesso,

o alle vecchie galanti del paese

appigiona la schiena a un tanto il mese.

Né più il paterno o il maritale ostello

in tanta oscenità basta alle donne;

talamo appresta al subito rovello

il bagno, il cocchio e stipiti e colonne.

Canto alli sposi di sinistro uccello

è il duo, la farsa e il Kyrieeleisonne;

e la modista nelle arcane soglie

fa la cuffia al marito ed alla moglie.

Usa esser dotto. Dalla ninna nanna

svegliato appena il sofo adolescente

stampa drammi e centoni o siede a scranna

banditor di sistemi impertinente.

Nauseando il nettare e la manna

(ardua vivanda per il primo dente)

censura opere altrui che non ha lette,

studia filosofia nelle Gazzette.

Spiace il semplice e il vero: al ciel si leva

sulle gote e nei libri il minio e il fuco.

Il nobil frutto che mal piacque ad Eva

sfronda a sua voglia il ciarlatano e il ciuco:

perde speranza di gloria longeva

il dotto pel censor rimasto eunuco:

il Genio o si punisce o non si cura,

a chi l'ha nuoce, e al resto fa paura.

Questi gli anni più belli e il censo avito

dissipati nell'ozio o a far l'Inglese,

trito si trova adesso e rifinito

con più quarti di bue che di Marchese;

a quattro figli, che da buon marito

tenne al fonte per suoi, chi fa le spese?

Come Conte Ugolino ei vede espressa

per quattro visi la sua fame istessa.

La moglie al primo, con la zucca rasa

al secondo giovò la sagrestia;

venduto il terzo al Presidente, annasa

un poderetto in Depositeria;

fidato il quarto all'albero di casa

si vela d'elegante ipocrisia,

di bussolotti giocator perfetto

al Casino ti decima il sacchetto.

Non dirò come ognun s'affanni e sudi

ad allevarsi in seno unica rogna:

delle arti nostre, dei gentili studi

paesani di Dante hanno vergogna.

Sullo stranier che dà cene e tripudi

gettansi come corvi alla carogna;

si raccomanda in volto italiano

bellezza, per esempio oltramontano.

Altri viaggia e varca l'Alpi, il grato

vapor libando d'ogni estraneo clima,

tanto che i modi e il gergo invidiato

di stranier, per assenza in lui s'imprima.

E alfin ritorna anfibio e nauseato,

più povero e più asino di prima;

e dell'italo suol cieco ai prodigi

loda il fango di Londra e di Parigi.

V'è chi sfonda gli scrigni o il capitale

cristianamente mercanteggia, e destro

manda Conti e Baroni allo spedale

della sorte sicuro e del capestro.

Quando non ne vuol più, per quel che vale

compra il grado, la Croce e il Gran Maestro;

e su in ciel santo Stefano si lagna

di vedere un pirata in cappamagna.

Ove inesperta gioventù s'aduna

piange Mario d'Italia il duro giogo;

ma cambiando coi quarti della Luna

d'aprile è birro, a maggio è demagogo.

Vinci? Ti fa il bidello alla tribuna:

trionfa tirannia? T'accende il rogo.

Doppiamente falsario e prostituto

lo pagan tutti e ancor non è venduto.

E voi botoli inetti incontro al vizio

non zelo, invidia ad abbaiare infiamma:

ma un ghigno, un cocchio, un pollo gentilizio

non vi lascia di core oncia né dramma;

ligii rodete l'osso del patrizio,

e a chi non dà lanciate l'epigramma;

gridano i bimbi per la via maestra

«Caton si cheta con una minestra».

Godi o mia Patria! Ognun di noi s'affida

«a così riposato, a così bello

viver di cittadini, a così fida

cittadinanza, a così dolce ostello!»

Pappataci il Prelato, il prence Mida;

Ciambellano la spia, frate il Bargello;

Marte coniglio; il birro basilisco;

Gabrina sull'altar, Socrate al Fisco.