CRISTO RAFFIGURATO NEL SASSO CHE ATTERRÒ IL COLOSSO VEDUTO IN SOGNO DA NABUCCODO...

By Vincenzo Monti

Qui stette, qui superbo alzò la fronte

L'idolo della colpa, e al ciel fe guerra:

Qui cadde rotolando giù dal monte

Un picciol sasso, e rovesciollo a terra.

Balzò l'infame capo entro Acheronte,

Che ne' suoi gorghi ancor l'asconde e serra:

Rimaser solo ad ingombrar la valle

L'infranto busto e le troncate spalle.

Musa dell'alte sfere cittadina,

Che piombar la gran mole al suol vedesti,

E lieta su l'orribile rovina

Un dolce inno di laude a Dio sciogliesti;

Aprimi la profetica cortina

Che in Babilonia a Daniel schiudesti,

E a parte a parte, tu che n'hai memoria,

Vienmi a narrar la peregrina istoria.

In mezzo di vastissima pianura

L'orrendo simulacro al ciel s'ergea:

La testa formidabile e sicura

A cozzar co' lucenti astri giungea;

E il terribil suo sguardo di paura

La bianca luna scolorir facea:

Il sol rifugge di fissarvi l'occhio,

E volge altrove spaventato il cocchio.

La manca il fatal pomo, e rugginoso

Scettro la destra imperioso stringe:

L'ampio torace da un gran serpe è roso,

Che il ventre nelle viscere gli spinge;

E scendendo su l'anca tortuoso

Con la gran coda il ventre gli recinge;

Immenso ventre u' colano le impure

Di cittadi e di regni atre sozzure.

Chi può ridir le vittime alla fame

Dell'idolo crudel svenate ed arse?

Di nero sangue e fetido carname

Vedi gli altari a lui fumanti alzarse:

Corre la tabe a rivi, e d'atro ossame

Van le foreste orribilmente sparse:

Stanno confusi fra l'immonde glebe

I teschi de' potenti e della plebe.

E porpore e cervici coronate

Giacciono lorde sul sanguigno piano:

Molte il Nilo barbarico e l'Eufrate,

Ma molte ne tributa anche il Giordano.

Volan ministri a tanta feritate

I demoni d'Averno: altri la mano

Arman di scure, e vanno altri gittando

Le vittime nel foco abbominando.

Stride la fiamma e mormora e s'adira

Dell'alimento orribile nutrita.

Piange allor su la rea strage e sospira

Pallida la natura e sbigottita:

Mesto e languido al fine il guardo gira

Alla montagna estrema, e chiede aíta;

Aíta chiede, e tutto, ahi tristo obbietto!,

Mostra solcato dalle piaghe il petto.

N'ebbe orror la montagna, e si commosse,

Mugghiando, per pietà dell'infelice.

A quel muggito a quel tremor spiccosse

Un sasso dall'altissima pendice.

Come suol dalle nubi infrante e rosse

Piombar talvolta la saetta ultrice;

Così vola fischiando il sasso, e fiede

Lo smisurato simulacro al piede.

Quel crolla; e nel crollar forza è che gema

Su i piè mal fermo e tutto tremebondo;

Cade alfine, e precipita: ne trema

La terra offesa dall'immenso pondo.

Sì forse allor tremò, che, dall'estrema

Asia rompendo l'océan profondo,

Si divise l'America, e d'altr'acque

Ricoperse i suoi lidi, e immota giacque.

Plausero al rovinar della gran mole

Le valli spettatrici e le colline;

E tosto germina3r rose e viole,

E tra le siepi inaridi3r le spine:

Rise l'aria tranquilla, e in cielo il sole

Di più bei raggi circondossi il crine,

E lieto il sasso benedir parea

Che l'idolo tiranno infranto avea.

Mirabil sasso! Già non sei tu figlio

Di terrestre dirupo. In paradiso

Tu certo un dì nascesti; e tu dal ciglio

Del gran monte di Dio fosti diviso.

Lascia che questa man ti dia di piglio,

Lascia che il guardo ti contempli fiso.

Vo' che un'ara a te sorga, e che di fiori

Abbia scelta ghirlanda e scelti onori.

Voglio d'elette corde il plettro mio

Armare, e più gentil trarne il concento:

Voglio.... Ma folle! che voler poss'io?

Porta i miei voti e le parole il vento.

Un Dio s'asconde in questo sasso, un Dio.

Ecco altre meraviglie, altro portento:

Ecco che il sasso romoreggia e bolle,

Si squarcia, si dilata, e al ciel s'estolle.

Prende aspetto di monte, e va sublime

I gran fianchi elevando e la gran schiena:

Tanto è già in su con le superbe cime,

Che il guardo istesso le raggiunge a pena.

Allor dall'ardue vette alle falde ime

Di luce il giogo tutto arde e balena;

Da cui repente fecondato e scorso

D'universal verzura ammanta il dorso.

Frondeggiano le balze; e vedi in alto

Pender foreste ed umili boschetti,

E giù tra' sassi con volubil salto

Rompersi mormorando i ruscelletti,

Che poi tra rive di fiorito smalto

Si fan cadendo più vivaci e schietti:

Corron d'ogni parte sitibonde

Le genti a dissetarsi alle bell'onde.

Altri al basso le attinge, altri va lieve

A libar le sorgenti in su la vetta:

Qual si fa vase della palma e beve;

Quale il labbro v'attuffa e non aspetta:

Dalle dolci acque il cor vita riceve.

Indi posano il fianco in su l'erbetta,

E traggon l'ore fortunate e sante

Sul monte al rezzo dell'eterne piante.

Salve, o monte di Dio. Di te cantaro

D'Amos l'inclito figlio e il Morastite:

Rispettosa la fronte a te cuvaro

Il Libano e le piagge ascolonite.

Sole, ma indarno, dell'inferno avaro

Ne fremono le valli isterilite.

Atterrato è il colosso, e più non torna

Contra le stelle ad innalzar le corna.