CRISTO RAFFIGURATO NEL SASSO CHE ATTERRÒ IL COLOSSO VEDUTO IN SOGNO DA NABUCCODO...
Qui stette, qui superbo alzò la fronte
L'idolo della colpa, e al ciel fe guerra:
Qui cadde rotolando giù dal monte
Un picciol sasso, e rovesciollo a terra.
Balzò l'infame capo entro Acheronte,
Che ne' suoi gorghi ancor l'asconde e serra:
Rimaser solo ad ingombrar la valle
L'infranto busto e le troncate spalle.
Musa dell'alte sfere cittadina,
Che piombar la gran mole al suol vedesti,
E lieta su l'orribile rovina
Un dolce inno di laude a Dio sciogliesti;
Aprimi la profetica cortina
Che in Babilonia a Daniel schiudesti,
E a parte a parte, tu che n'hai memoria,
Vienmi a narrar la peregrina istoria.
In mezzo di vastissima pianura
L'orrendo simulacro al ciel s'ergea:
La testa formidabile e sicura
A cozzar co' lucenti astri giungea;
E il terribil suo sguardo di paura
La bianca luna scolorir facea:
Il sol rifugge di fissarvi l'occhio,
E volge altrove spaventato il cocchio.
La manca il fatal pomo, e rugginoso
Scettro la destra imperioso stringe:
L'ampio torace da un gran serpe è roso,
Che il ventre nelle viscere gli spinge;
E scendendo su l'anca tortuoso
Con la gran coda il ventre gli recinge;
Immenso ventre u' colano le impure
Di cittadi e di regni atre sozzure.
Chi può ridir le vittime alla fame
Dell'idolo crudel svenate ed arse?
Di nero sangue e fetido carname
Vedi gli altari a lui fumanti alzarse:
Corre la tabe a rivi, e d'atro ossame
Van le foreste orribilmente sparse:
Stanno confusi fra l'immonde glebe
I teschi de' potenti e della plebe.
E porpore e cervici coronate
Giacciono lorde sul sanguigno piano:
Molte il Nilo barbarico e l'Eufrate,
Ma molte ne tributa anche il Giordano.
Volan ministri a tanta feritate
I demoni d'Averno: altri la mano
Arman di scure, e vanno altri gittando
Le vittime nel foco abbominando.
Stride la fiamma e mormora e s'adira
Dell'alimento orribile nutrita.
Piange allor su la rea strage e sospira
Pallida la natura e sbigottita:
Mesto e languido al fine il guardo gira
Alla montagna estrema, e chiede aíta;
Aíta chiede, e tutto, ahi tristo obbietto!,
Mostra solcato dalle piaghe il petto.
N'ebbe orror la montagna, e si commosse,
Mugghiando, per pietà dell'infelice.
A quel muggito a quel tremor spiccosse
Un sasso dall'altissima pendice.
Come suol dalle nubi infrante e rosse
Piombar talvolta la saetta ultrice;
Così vola fischiando il sasso, e fiede
Lo smisurato simulacro al piede.
Quel crolla; e nel crollar forza è che gema
Su i piè mal fermo e tutto tremebondo;
Cade alfine, e precipita: ne trema
La terra offesa dall'immenso pondo.
Sì forse allor tremò, che, dall'estrema
Asia rompendo l'océan profondo,
Si divise l'America, e d'altr'acque
Ricoperse i suoi lidi, e immota giacque.
Plausero al rovinar della gran mole
Le valli spettatrici e le colline;
E tosto germina3r rose e viole,
E tra le siepi inaridi3r le spine:
Rise l'aria tranquilla, e in cielo il sole
Di più bei raggi circondossi il crine,
E lieto il sasso benedir parea
Che l'idolo tiranno infranto avea.
Mirabil sasso! Già non sei tu figlio
Di terrestre dirupo. In paradiso
Tu certo un dì nascesti; e tu dal ciglio
Del gran monte di Dio fosti diviso.
Lascia che questa man ti dia di piglio,
Lascia che il guardo ti contempli fiso.
Vo' che un'ara a te sorga, e che di fiori
Abbia scelta ghirlanda e scelti onori.
Voglio d'elette corde il plettro mio
Armare, e più gentil trarne il concento:
Voglio.... Ma folle! che voler poss'io?
Porta i miei voti e le parole il vento.
Un Dio s'asconde in questo sasso, un Dio.
Ecco altre meraviglie, altro portento:
Ecco che il sasso romoreggia e bolle,
Si squarcia, si dilata, e al ciel s'estolle.
Prende aspetto di monte, e va sublime
I gran fianchi elevando e la gran schiena:
Tanto è già in su con le superbe cime,
Che il guardo istesso le raggiunge a pena.
Allor dall'ardue vette alle falde ime
Di luce il giogo tutto arde e balena;
Da cui repente fecondato e scorso
D'universal verzura ammanta il dorso.
Frondeggiano le balze; e vedi in alto
Pender foreste ed umili boschetti,
E giù tra' sassi con volubil salto
Rompersi mormorando i ruscelletti,
Che poi tra rive di fiorito smalto
Si fan cadendo più vivaci e schietti:
Corron d'ogni parte sitibonde
Le genti a dissetarsi alle bell'onde.
Altri al basso le attinge, altri va lieve
A libar le sorgenti in su la vetta:
Qual si fa vase della palma e beve;
Quale il labbro v'attuffa e non aspetta:
Dalle dolci acque il cor vita riceve.
Indi posano il fianco in su l'erbetta,
E traggon l'ore fortunate e sante
Sul monte al rezzo dell'eterne piante.
Salve, o monte di Dio. Di te cantaro
D'Amos l'inclito figlio e il Morastite:
Rispettosa la fronte a te cuvaro
Il Libano e le piagge ascolonite.
Sole, ma indarno, dell'inferno avaro
Ne fremono le valli isterilite.
Atterrato è il colosso, e più non torna
Contra le stelle ad innalzar le corna.