Cristo ritrova la Madre, mentre s'incamina alla morte

By Girolamo Fontanella

Già sotto il grave pondo

De la funesta croce

Poggiava il Re del mondo

Al patimento atroce,

E lacero e battuto

A la morte correa tacito e muto.

Qual semplicetto agnello,

Che non sa far difese,

E mansueto e bello

Va tra nemiche offese,

Innocente pativa,

E più d'amor che di dolor languiva.

O quante scosse al fianco

Ha da l'armate schiere!

O quante volte stanco

Si lassa in giù cadere!

Ahi, dolore!ahi, pietade!

Il sostegno del mondo a terra cade.

Vacilla sì, ma ferma

Più la natura umana;

Per nostro amor s'inferma,

Ma d'ogni error ne sana:

O gran bontà divina,

De le nostre vergogne il volto ei china!

Come arator pietoso

Nel faticar costante,

Ha l'aratro amoroso

Del suo legno pesante,

Per fecondar d'intorno

De la mistica vigna il campo adorno.

Per tutto, ovunque ei passa,

Di sangue il suolo allaga;

Il capo in terra abbassa,

Perché morir s'appaga,

E con lettere vive

La salute de l'uomo in terra scrive.

Quando a l'orribil grido

De la giudaica tromba,

Et al confuso strido

Che languido rimbomba,

Ecco in mezzo la via

Col discepolo amato esce Maria.

Mira il beffato Cristo

Sommerso in tanta pena,

Sì deformato e tristo,

Che 'l riconosce a pena.

“Ahi, figlio!” dir può solo,

Che la voce restò tronca dal duolo.

A quell'amaro e grave

Spettacolo improviso

Con un pallor soave

Smarrisce il bianco viso;

Cade, manca, e non more,

Che del dolor fu più potente il core.

Cristo a l'orribil caso

De la sua Genitrice,

Immobile rimaso,

Nulla fa, nulla dice:

More e vive in un punto

Più da pietà che da valor trapunto.

Tanto è il suo duolo acuto

Che favellar non puote;

Favella sì, ma muto,

Con interrotte note,

In questo amaro suono:

“Tu mori, o Madre, e l'omicida io sono.

Tu mori, o Madre, et io

Non ti so dar conforto,

Io che t'uccido, o Dio,

In te mi trovo morto.

Ahi, come in cielo il Padre,

M'abbandoni nel mondo ancor tu, Madre!

Ahi!sì crudel tu sei

Ch'abbandonar mi puoi;

Prima che serri i miei

Chiuder vuoi gli occhi tuoi,

E 'n sì breve ora e corta

Prima del mio morir ti veggio morta.

Io col mio volto afflitto

D'una pietà spietata

T'ho solo il cor trafitto,

T'ho l'anima impiagata:

Io solo, io sol t'offendo,

Mentre vita mi dai, morte ti rendo.

Ohimè, potessi almeno

Sostenimento darti!

Mi sento il cor nel seno

Dividere in due parti:

Ti perdo or che ti trovo,

E più la tua che la mia pena io provo.

Prima che morto io cada,

Fa' che tue voci ascolti,

Prima ch'al cielo io vada,

Tieni in me gli occhi volti:

A la morte, al tormento,

Dammi l'ultimo a Dio, ch'io vo contento”.

Cede il dolore intenso

A la virtù più forte;

Già l'occupato senso

Rivoca allor da morte;

E per pietà del cielo

Sgombra al cor di Maria l'opposto velo.

Torna a destare in vita

Lo spirto addolorato;

L'alma afflitta e smarrita

Chiama a l'ufficio usato,

E con un mesto giro,

Pria ch'inalzi le luci, apre un sospiro.

“Ancor rimango viva?

Respiro ancor quest'aura?

Misera chi m'avviva?

Lassa chi mi ristaura?

O mio caro tesoro,

Tu ne corri a la morte, et io non moro.

Qual barbaro inumano,

Qual temerario ardito

T'ha con ingorda mano,

Cor mio, così ferito?

Ohimè, che strane forme:

La bellezza del ciel miro difforme.

Figlio, figlio diletto,

Di me più cara parte,

Qual core, ohimè, qual petto

Aver posso in mirarte?

Languir ti vedo a canto:

Latte prima ti diedi, or ti do pianto.

Che fronte sanguinosa?

Che lacerato ciglio?

Che stampa dolorosa

Mi rappresenti, o figlio?

Cieli, ché non piangete,

S'in tanto strazio il gran Fattor vedete?

Qual rigida sentenza

Di giudice tiranno

Condanna l'innocenza

A sì spietato affanno?

E vuol che mora lui,

Che la vita apportò sì spesso altrui?

Chi circondò di spine

Le tempie tue sì belle?

Chi lacerò quel crine

Ch'illuminò le stelle?

O Dio, qual crudo core

Poté mirarti e non languir d'amore?

Chi le tue nude braccia

Segnò con tanti nodi?

Chi scolorò tua faccia

Con sì spietati modi?

Ahi!ben fu crudo e reo

Chi l'eterna beltà ferir poteo.

Ecco il colpo mortale

Dopo tant'anni giunge:

La spada, ohimè, lo strale,

Che 'n sino al cor mi punge.

Ecco aperto il mistero:

Il gran Vecchio del Tempio espresse il vero.

Deh! tu, gran Padre eterno,

Come veder sopporti

Del tuo Figliuolo a scherno

Sì ingiuriosi torti?

Sole, scolora omai,

Per la pietà del tuo Fattore, i rai”.

Questi spargea lamenti

La Verginella afflitta,

Con sì pietosi accenti,

Ch'ogn'alma avria trafitta;

Pianse e mirò per tutto

L'allegrezza del ciel cangiarsi in lutto.

Poi va fra quell'armate,

Dov'empietà star suole,

Stende le braccia amate

Et abbracciarlo vuole;

Ma circondata e cinta

Da la turba giudea fu indietro spinta.

Corre un ministro ardente,

Colmo di rabbia e d'ira,

Urta Cristo innocente

E impetuoso il tira.

Morta, pallida e bianca,

A quell'atto Maria di nuovo manca.

China il Signor la fronte

Ubidiente allora;

Va sul Calvario monte

Senza più far dimora,

E mentre il legno stringe,

Chi di qua, chi di là lo tira e spinge.

Alza l'afflitta madre

L'addolorato ciglio,

Tolto da l'empie squadre

Si vede il caro Figlio.

Frena gli accenti audaci,

Musa: a tanto dolor contempla e taci.