CROMA

By Melchiorre Cesarotti

Questa si fu dell'amor mio la voce:

Ah! troppo rado ei viene

A consolar Malvina in tante pene.

Aprite, o padri di Toscarre, aprite

L'aeree sale, e delle vostre nubi

A me schiudete le cerulee porte.

Lungi non sono i passi

Della partenza mia. Nel sonno intesi

Chiamar Malvina una fiochetta voce.

Sento dell'anima

Le smanie, e i palpiti

Forieri della morte. O nembo, o nembo,

Perché venisti dall'ondoso lago?

Fischiò tra le piante

La penna sonante;

Sparve il mio sogno, e la diletta immago.

Pur ti vidi, amor mio: volava al vento

L'azzurra vesta

Di nebbia intesta;

Eran sulle sue falde i rai del Sole.

Elle a quei di luce ardevano,

E splendevano,

Com'oro di stranier risplender suole.

Questa si fu dell'amor mio la voce:

Ah! troppo rado ei viene

A consolar Malvina in tante pene.

Ma nell'anima mia tu vivi e spiri,

Figlio di Ossian possente:

Col raggio d'oriente

S'alzano i miei sospiri;

E dalle mie pupille

Discendono le lagrime

Con le notturne rugiadose stille.

Oscar, te vivo, ero una pianta altera

Adorna di fioriti ramicelli:

La morte tua, com'orrida bufera,

Venne, e scosse i miei rami e i fior sì belli.

Poscia tornò la verde primavera

Con le tepide pioggie e i venticelli:

Tornar l'aurette, e i nutritivi umori;

Ma più non germogliai foglie né fiori.

Le verginelle il mio dolor mirarno,

Le dolci corde dell'arpa toccaro.

Taciti, o arpa, che tu tenti indarno

D'asciugarmi sugli occhi il pianto amaro.

Le verginelle pur mi domandarno:

Lassa, che hai? sì vago era il tuo caro?

Er'egli un Sol, che tu l'ami cotanto?

Io stava mesta, e rispondea col pianto.

O bella figlia dell'ondoso Luta,

Deh come il canto tuo dolce mi giunse!

Certo quando su gli occhi il molle sonno

Sceseti là sul garrulo Morunte,

Fertisi udir l'armoniose note

Degli estinti cantor: quando da caccia

Tu ritornasti nel giorno del Sole,

Fosti a sentir le graziose gare

Dei vati in Selma, e la tua voce quindi

S'empiè di soavissima armonia.

Havvi dentro la languida tristezza

Un non so che che l'anima vezzeggia,

Quando in petto gentile abita pace.

Ma l'angoscioso duol strugge il piangente,

Diletta figlia, e i suoi giorni son pochi:

Svaniscon essi, come fior del campo,

Sopra di cui nella sua forza il Sole

Guarda dall'alto, quando umido il capo

Pendegli, e grave di notturne stille.

Fatti core, o donzella; odi la storia

Ch'Ossian prende a narrar, ch'egli l'imprese

Di giovinezza con piacer rimembra.

Comanda il Re, spiego le vele, e spingomi

Nella Baia di Croma ondi-sonante,

Nella verde Inisfela. In su la spiaggia

S'alzano di Crotar l'eccelse torri,

Di Crotar, re dell'aste, in fresca etade

Famoso in guerra; ma vecchiezza adesso

Preme l'eroe. Contro di lui la spada

Alzò Rotman: Fingal n'arse di sdegno.

Egli a scontrarsi con Rotmano in campo

Ossian mandò, poiché di Croma il duce

Fu di sua forte gioventù compagno.

Io premisi il cantor: poi di Crotarre

Giunsi alla sala. Egli sedeva in mezzo

All'arme de' suoi padri; avea sugli occhi

Notte profonda: i suoi canuti crini

Giano ondeggiando a un bastoncello intorno,

Sostegno dell'Eroe. Cantava i canti

Della passata età, quando all'orecchio

Giunsegli il suon delle nostr'armi: alzossi,

Stese l'antica destra, e benedisse

Il figlio di Fingallo. Ossian, diss'egli,

Mancò la gagliardia, mancò la possa

Del braccio di Crotarre: Oh potess'io

La spada alzar! come l'alzai nel giorno

Che 'l gran Fingallo dello Struta in riva

Venne pugnando, ed io sorgeagli al fianco.

Egli è Sol degli eroi: pure a Crotarre

Non mancò la sua fama: il re di Selma

Lodommi, e al braccio io m'adattai lo scudo

Del possente Caltan ch'ei stese esangue:

Vedilo, o figlio, alla parete appeso,

Che nol vede Crotarre. Or qua, t'accosta,

Dammi il tuo braccio, onde sentire io possa

Se nella forza a' padri tuoi somigli.

Porsigli il braccio; ei lo palpò più volte

Con l'antica sua mano; intenerissi,

Pianse di gioia: tu sei forte, ei disse,

Sì figliuol mio, ma non pareggi il padre.

E chi può pareggiarlo? Or via, la festa

Spargasi nella sala; all'arpe, ai canti,

Cantori miei; figli di Croma, è grande,

Grande è colui che la mia reggia accoglie.

Sparsa è la festa, odonsi l'arpe, e ferve

Letizia, ma letizia che ricopre

Un sospir che covava in ciascun petto.

Sembrava un raggio languido di Luna

Che di candida striscia un nembo asperge.

Cessaro i canti alfin. Di Croma il sire

Parlò, né già piangea, ma in su le labbra

Gli si gonfiava il tremulo sospiro.

O figlio di Fingal, diss'ei, non vedi

L'oscurità della mia sala? ah quando

Il mio popol vivea, fosca non era

L'alma mia ne' conviti: alla presenza

Degli ospiti stranier rideami il core,

Quando nella mia reggia il figlio mio

Splender solea; ma un raggio, Ossian, è questo

Che già sparì, né dopo sé scintilla

Lasciò di luce: anzi il suo tempo ei cadde

Nelle pugne paterne. Il duce altero

Di Tromlo erbosa, il fier Rotmano intese

Che a me la luce s'oscurò, che l'arme

Pendean nella mia sala inoperose

Dalle pareti. Ambizioso orgoglio

Sorsegli in core: ei s'avanzò ver Croma;

Caddero le mie schiere; io de' miei padri

Strinsi l'acciar: ma che potea Crotarre

Spossato e cieco? erano i passi miei

Disuguali, tremanti, e del mio petto

Alta l'angoscia; sospirava i giorni

Di mia passata etade, in ch'io nel campo

Spesso del sangue ho combattuto e vinto.

Tornò frattanto dalla caccia il figlio,

Fagormo il bello dalla bella chioma;

Non per anco egli avea nella battaglia

Sollevato l'acciar, che giovinetto

Era il suo braccio ancor; ma grande il core,

E fiamma di valor gli ardea negli occhi.

Vide il garzone i miei scomposti passi,

E sospirò. Perché sì mesto, ei disse,

Signor di Croma? or se' tu forse afflitto

Perché figlio non hai? perché pur anco

Fiacco è 'l mio braccio? ah ti conforta, o padre,

Ché della destra mia sento il nascente

Vigor che sorge. Io già snudai la spada

Della mia giovinezza, e piegai l'arco.

Lascia ch'io vada ad incontrar l'altero

Coi giovani di Croma; ah lascia ch'io

Con lui m'affronti, ch'io già sento, o padre,

Ardermi il cor di bellicosa fiamma.

Sì, tu l'affronterai, soggiunsi, o figlio

Del dolente Crotar: ma fa' che innanzi

Ti precedan le schiere, acciò ch'io possa

Il grato calpestio de' piedi tuoi

Quando torni, sentir; poiché m'è tolto

Gioir cogli occhi dell'amata vista,

Dolce Fagormo, dalla bella chioma.

Ei va, pugna, soccombe. Il fier nemico

Verso Croma s'avanza; e da' suoi mille

Cinto, con la sanguigna orrida lancia

Stammi già sopra l'uccisor del figlio.

Su su; diss'io, l'asta impugnando, amici,

Non è tempo di conche. Il popol mio

Ravvisò il foco de' miei sguardi, e sorse.

Noi tutta notte taciti movemmo

Lungo la piaggia. In oriente apparve

Il dubbio lume; ai nostri sguardi s'offre

Col suo ceruleo rivo angusta valle.

Stan sulla sponda di Rotman le schiere

Scintillanti d'acciar: lungo la valle

Pugnammo; esse fuggir: Rotman cadeo

Sotto il mio brando. Ancora in occidente

Sceso non era il Sol, quand'io portai

Al buon Crotar le sanguinose spoglie

Del feroce nemico. Il vecchio Eroe

Gode trattarle, e rasserena il volto.

Corre alla reggia l'ondeggiante popolo,

S'odonon le conche alto sonar; s'avanzano

Cinque cantori, e dieci arpe ricercano

Soavemente, ed a vicenda cantano

D'Ossian le lodi. Essi l'ardor dell'anima

Lieti esalaro, ed ai giocondi cantici

Rispondea l'arpa in dolce suon festevole:

Brillava in Croma alta letizia e giolito,

Perch'era pace nella terra e gloria.

Scese la notte col grato silenzio,

E il nuovo giorno sfavillò sul giubilo.

Nemico non ci fu che per le tenebre

Osasse d'inalzar la lancia fulgida.

Brillava in Croma alta letizia e giolito,

Perch'era spento il fier Rotmano orribile.

Al bel Fagormo il popolo di Croma

Alzò la tomba: io la mia voce sciolsi

Per lodare il garzone. Era lì presso

Il vecchio Eroe, né sospirar s'intese.

Ei brancolando con la man ricerca

La ferita del figlio: in mezzo al petto

La gli trovò; balza di gioia, e volto

Al figlio di Fingallo: o re dell'aste,

Disse, non cadde il figlio mio, non cadde

Senza della sua fama; il garzon prode

Non fuggì no, fessi alla morte incontro,

E la cercò tra l'affollate schiere.

O felici color, che in giovinezza

Muoion cinti d'onor! logori e stanchi

Non li vedrà l'imbelle schiatta, e insulto

Non farà il vile alla lor man tremante

Con amaro sorriso: alto nei canti

Sta il nome lor; del popolo i sospiri

Seguonli, ed alla vergine dall'occhio

La tepidetta lagrima distilla.

Ma i vecchi dechinando a poco a poco

Scemano, inaridiscono, si sparge

D'oblio la fama dei lor fatti antichi.

Cadon negletti, ignoti, e non si sente

Sospir di figlio: alla lor tomba intorno

Stassi la gioia, e lor s'alza la pietra

Senza l'onor d'una pietosa stilla.

O felici color, che in giovinezza

Cadon, di fama luminosa ardenti!