Cuiusdam cantillena facetissima incipit: lege foeliciter.

By Auteur inconnu

Venite pulcellette e belle donne

A mi fançulla audir piena di gloria

Della havuta victoria

Ch'ebbi d'amore e prenderiti exempio.

Però che 'l dolce sono el qual in tempio

Sì chome far si vole imprenderiti,

Fin che giovene siti

Non aspectati che 'l buon tempo passi.

Et a l'amor ve fati inanzi e ai passi,

E prenderiti el bem che n'aparechia;

Però che essendo vechia

Veruna mai par che giovenetta torni.

Sapiati che chi perde i dolci giorni

Di gioveneçça giamai no i racquista,

Ma pensando s'atrista

Però volglio da mi exempio pilglate.

Quando de quindese anni era in etade,

Benché anchora non sia vechia in amori,

D'un giovene che mai

Venti dui anni passati havea elli;

Ma per quello che mostror gli ochii suo' belli

Io lo chonobbi de mi inamorato,

E di quello infiamato

Disiò esser di mi ch'i era di lui.

Tanto mi fu cortese, e io a lui

Che sença messo, o alchuna ambasciata

Per la porta cellata

El venne a mi, et io l'usso i apersi.

Non ve saprìa chontare in quanti versi

Quanto fu el disìo ch'al chuor mi venne,

Che più dimora mi tenne,

Ch'io non parlai, e lui fiece el sembiante.

Poi el giovene bassai tutta tremante,

E disse allora a me in cotal modo:

Io dentro al mio cuor godo

Quando io te vedo, e getomesi al collo,

El desiderio mio dir non sollo.

Più non disse, e quasi parea morto.

Io per darli conforto

In questo modo li comenzai a parlare:

De dime chi te fiece inamorare

Dime a mi, o mi a ti diròe;

Io me te schopriròe

E tu dischuopri a mi seguramente.

Ed ello a me: questo to mirar piacente

De gli ochij toi funo la chasone

Ch'io tenni opinïone

Che tu me amassi, e io che dovea fare

Se non amarti vedendomi amare,

E ancho più; ché giamai la natura

Tanto bella figura

Quanto sei tu non fe', e tu nol credi.

Dritto al chapo infino a li tuoi piedi

Non si potrebbe a ti porre maghagna;

Pari non hai, ne' compagna

Di bellezze per certo in questo mondo.

Ora fu giamai un viso sì jochondo,

Or fu giamai una sì bionda testa

Bella quanto è ora questa

Nelli toi ochii affigurato amore?

Or fo giamai roxa, gilglio o fiore

Bella quanto è la toa bocha inçucharata?

E pure allora basata

Io l'alivai dicendo questa parola:

La toa cerchiata, bella e biancha gola,

E·lle dolce mamelle ch'ài in seno

Farebon vegnir meno

Per volontà chi le mirasse fisso.

Chome è bello quel to bel viso,

Sì te rispondeno le membre al busto,

Ché ogni sviato gusto

De ti farebeno vegnir volontaroso.

Poiché l'animo mio non t'è naschoso,

Apalegiame il tuo, cuor del chorpo mio.

Allora risposi io:

Come tu ami mi, e cusì mi amoti, e disse:

Nel simil modo ad amar me te misse

Che tu di' che te movesti ad amar mi;

Et anche in bona fe'

Di te mi par chome di cosa bella.

Donne, perché allora era dongiella?

Non disse più perch'io me vergognava;

Ma pur d'udir disiava

El giovene che usava melglio il dire.

Disse: perdonara' me tu se ardire

Troppo mostro verso ti? Io disse

Che le soa braça aprisse,

E lui abraçò mi; oymè che lui abraçai!

Fançulle, e donne, io ve giuro che giamai

Prima non me serei imaginata

Che cosa fusse fatta,

Se non ch'io provai che cosa fusse amore.

Stando abracciata del mio chorpo il cuore

Me disse allora: dime, sei contenta

Ch'io la dolzezza senta

Che adimpirà el mio e 'l tuo disìo?

Né sì, né no allora non resposi io;

Ma bem ve dicho che fra noi fu chosa

Sì dolce e dillitosa

Che rachontarla giamai non saprei.

Ma certe siati ch'io vorei

Prima haver saputo quel che gli era,

Ché molta più mayniera

Ch'io non li fui li serìa stata.

Se alchuna donna è qui inamorata

E col suo amante pilglarà dillecto,

Vederà ben se 'l mio detto

È vero o no, el qual d'amor non sente.

Vegendo me potea esser dolente,

Pensando haver perduto il sommo bene

Che giamai non si riviene,

E se savia serà racoverarasi.

E dicho anchora più quella che lassi

Ch'amor non siegua ben si li può dire matta,

Stolta e menichatta,

E per puochuo chuore sia ignorante.

Quando lo inamorato mio amante

Ebbe adympito il suo e 'l mio disìo,

Guardò nel viso mio

Credette forsi ch'io fusse choruciata.

Io m'era bem alquanto verghognata,

Però ch'io non era usa di tal cosa;

Allora soa bocha pose

In su la mia, e cusì desse:

Perché oramai de subito morisse

Contento sono perché amor ha voluto

Ch'io quello sia suto

Che ha colto il primo fiore del tuo giardino.

E io a lui: o belleçe, o amore mio bello e fino,

Non rasonare più del morire;

Ma creschati del disìre

De viver per mio amore che a ti e a mi crescha.

Perché tu m'ài preso a sì facta escha

Che sença ti vivere non sapre' io;

Omai l'animo mio

Tu dei sapere, e più non dicho.

Ed ello come perfecto, fidele e caro amicho

Veduta la mia volglia sì me abrazza

E subito man chaza

A seguir il suo e mio appetito.

Mentre che nui stavamo a tal partito,

Non contando la disonesta parte,

Perché la magior parte

Credo de voi sença dir altro m'intenda.

Io non aspecto più che lui mi prenda,

Ma pilglo lui, e 'l viso me basa,

In questo l'abrasa

Più el disio e di lui e di miè.

Io ve prometto per la mia sancta fè

Che d'ogni dillecto ch'io volsi da lui

Ben fornita ne fui,

Ed ello da mi el similglante fu.

Perché la nocte non durava più?

E in orïente già apparea il giorno

Promettendomi ritorno

Far prestamente, e da mi se partì.

Ai quante volte poi el seguente dì

Io me penti' ch'io l'havea lassato ire;

Ben me cretti morire

Se non ch'io me confortai pur sperando.

Io non credetti mai veder il quando

El venisse a mi, e cusì elgli,

Unde io con gli ochii belgli

Li fiece segno che lui a mi tornasse.

Non pensati che puncto dimorasse;

Ma veduto il disìo che mi distrugea,

Subito a mi venìa

Dove che gli ochii gli avea dimostrato.

E subito ch'el fu giunto da mi abraçato

Chomenciando pur spesso quella danza,

La qual in altra stanza

Di sopra vel chontai, e però non vel chonto.

E chome egli era stato al venir pronto,

Abracciomi e basiomi la mia boccha;

Io non so se fui siocha,

Abrazai lui, e basai, e strinselo, e morsi.

E cussì ello mi, tanto ch'io deschorsi

A quello che bisogna, perché lagrimare

Io sì lo facea gridare

Ch'avea fra i mie' denti el suo dolce labro.

Chome suso el ferro chaldo el fabro

Perchuote l'uno da prima e l'altro poi,

Chossì facciavamo noi:

Oymè ch'ello mi mordea, e io lui!

E tanta ardita alchuna volta fui

Ch'io li trassi la barba in cotal modo

Di che anchor ne godo

Pensando como el fecci corucciare;

Ed ello per volersi vendichare

Me trasse assai di mei biondi capilli.

Questi squerci eran quilli

Che facean più accendere el fuocho.

Non più scherciamo e raxioniamo un pocho;

Ed ello a me: o che me vo' tu dire,

Che tu me fai morire.

E anche tu mi, e un baso li dava.

Ed ello cussì facendo mi basava,

E le soe mano in seno mi mettea,

Basava e mordea;

Ben lo so io che ye lo consentea.

Amor ciaschun de noi tanto tenea

Che fiece cosa che a dirlo non è honesto;

Chiosi chi vol testo,

Ch'io vendichai la recevuta ingiuria.

Ciaschun de nui venne in tanta furia

Che chi ç'avesse allor veduti

Se çi haverìa tenuti,

Non pensando al facto, ciaschun pazzo,

Non pure una volta in tal sollazzo

Havea fra noi anche no mai di rado,

Or gitavamo per dado

E ora a lui, e ora a mi tochava la chaça;

Ed ello cussì facendo sì m'abraza

E dichovi col suo e mio aviso

Che altro paradiso

Non sia al mondo e faccian fin di questo.

Io non v'ò dicto del dillecto el sesto

Che fu tra noi per far breve legenda;

Chi è savia m'intenda,

Non dicha poi perché nol fiece io da prima

Quello ch'io ho facto sigondo mia rima.