CVII – Guidi

By Giacomo Leopardi

Io non adombro il vero

Con lusinghieri accenti:

La bella età de l'oro unqua non venne.

Nacque da nostre menti,

Entro il vago pensiero;

E nel nostro desio chiara divenne.

Spiegò sempre le penne

La gran ministra alata

A i fochi d'Etna intorno;

Ove per proveder l'ira di Giove

Sempre di fiamme nove,

Stancò i giganti ignudi

Su le fatali incudi;

E per le vie del ciel corse e ricorse,

Intenta sempre a' suoi severi uffici.

Or se del fato infra i tesor felici

Il secol d'or si serba,

Certo so ben che non apparve ancora

Un lampo sol de la sua prima aurora.

Chiude nostra natura

In mente gli aurei semi

Onde sorger potrian l'età beate:

Ma il suo desir, che è cieco,

E incontra al ben s'indura,

Da così bel pensiero la diparte.

Io non invan su questo colle istesso

Al popol di Quirino

Un giovanetto Cesare rammento;

Quel che si vede impresso

Del bel genio latino,

E che un lustro regnò placido e lento;

Quello che poscia spense

Ogni sua bella luce, e il ferro mise

Entro il materno seno,

E guardò le ferite, e ne sorrise;

Quel che la patria infra le fiamme uccise,

Sicché squallido il Tebro uscì de l'onde,

E di Roma in veder l'orrida immago

Stesa per l'ampia valle,

Sospirando gridò: giunto è Anniballe,

Tutto di sangue e di ruine vago,

Su i sette colli a vendicar Cartago.

Non perché il viver nostro

Giace lontan da le città superbe,

E siede a le bell'ombre e in riva a i fonti;

E non ancor si è mostro

Caldo de l'ire acerbe;

E non cerca fregiar d'oro le fronti;

Già noi sarem men pronti

O impotenti a turbar nostro costume.

E qual pastor fra noi tanto presume,

Che pensi di poter dentro le selve

Menar i giorni suoi lieti e ridenti,

Come le antiche favolose genti?

Il violento e torbido sospetto

Anche in noi desta i suoi pensier feroci;

Che si vedrian di sangue e d'ira tanti,

Se non che sotto mansuete voci

Velan le fiamme in petto,

Però che povertà gli tiene avvinti:

Ma da soverchio ardor potrian sospinti,

Anco recarsi in mano il ferro e il tosco,

E funestare il bosco.

E se Fortuna con sereni auguri

Per le nostre campagne un dì passasse,

E lampeggiando entrasse

Lieta ne' nostri poveri tuguri;

Avrian da noi (chi 'l crederia?) rifiuto

Le pastorali muse; e quel diletto

Che abbiamo in acquistar gloria da i carmi

Sorgerebbe da l'armi;

E diverrebbe del canoro ingegno

Tutto l'ardore, alto desio di regno.

Fu pur Romolo anch'ei pastor del Lazio;

E come noi reggeva armenti e gregge,

E si vestia di queste spoglie irsute,

Quando, de' boschi sazio,

Mosse l'aratro a quel terribil solco

Donde fur le gran mura uscir vedute.

Allor la mansueta sua virtute

Cangiò spirito e colore;

E tanto bebbe del fraterno sangue,

Ed orma tale di furore impresse,

Che l'acerba memoria ancor non langue,

E ancora offende e oscura

Il gran natal de le romane mura.