CVII – Guidi
Io non adombro il vero
Con lusinghieri accenti:
La bella età de l'oro unqua non venne.
Nacque da nostre menti,
Entro il vago pensiero;
E nel nostro desio chiara divenne.
Spiegò sempre le penne
La gran ministra alata
A i fochi d'Etna intorno;
Ove per proveder l'ira di Giove
Sempre di fiamme nove,
Stancò i giganti ignudi
Su le fatali incudi;
E per le vie del ciel corse e ricorse,
Intenta sempre a' suoi severi uffici.
Or se del fato infra i tesor felici
Il secol d'or si serba,
Certo so ben che non apparve ancora
Un lampo sol de la sua prima aurora.
Chiude nostra natura
In mente gli aurei semi
Onde sorger potrian l'età beate:
Ma il suo desir, che è cieco,
E incontra al ben s'indura,
Da così bel pensiero la diparte.
Io non invan su questo colle istesso
Al popol di Quirino
Un giovanetto Cesare rammento;
Quel che si vede impresso
Del bel genio latino,
E che un lustro regnò placido e lento;
Quello che poscia spense
Ogni sua bella luce, e il ferro mise
Entro il materno seno,
E guardò le ferite, e ne sorrise;
Quel che la patria infra le fiamme uccise,
Sicché squallido il Tebro uscì de l'onde,
E di Roma in veder l'orrida immago
Stesa per l'ampia valle,
Sospirando gridò: giunto è Anniballe,
Tutto di sangue e di ruine vago,
Su i sette colli a vendicar Cartago.
Non perché il viver nostro
Giace lontan da le città superbe,
E siede a le bell'ombre e in riva a i fonti;
E non ancor si è mostro
Caldo de l'ire acerbe;
E non cerca fregiar d'oro le fronti;
Già noi sarem men pronti
O impotenti a turbar nostro costume.
E qual pastor fra noi tanto presume,
Che pensi di poter dentro le selve
Menar i giorni suoi lieti e ridenti,
Come le antiche favolose genti?
Il violento e torbido sospetto
Anche in noi desta i suoi pensier feroci;
Che si vedrian di sangue e d'ira tanti,
Se non che sotto mansuete voci
Velan le fiamme in petto,
Però che povertà gli tiene avvinti:
Ma da soverchio ardor potrian sospinti,
Anco recarsi in mano il ferro e il tosco,
E funestare il bosco.
E se Fortuna con sereni auguri
Per le nostre campagne un dì passasse,
E lampeggiando entrasse
Lieta ne' nostri poveri tuguri;
Avrian da noi (chi 'l crederia?) rifiuto
Le pastorali muse; e quel diletto
Che abbiamo in acquistar gloria da i carmi
Sorgerebbe da l'armi;
E diverrebbe del canoro ingegno
Tutto l'ardore, alto desio di regno.
Fu pur Romolo anch'ei pastor del Lazio;
E come noi reggeva armenti e gregge,
E si vestia di queste spoglie irsute,
Quando, de' boschi sazio,
Mosse l'aratro a quel terribil solco
Donde fur le gran mura uscir vedute.
Allor la mansueta sua virtute
Cangiò spirito e colore;
E tanto bebbe del fraterno sangue,
Ed orma tale di furore impresse,
Che l'acerba memoria ancor non langue,
E ancora offende e oscura
Il gran natal de le romane mura.