CVII. LICENZA CANTATA NEL TEATRO DE' FILODRAMMATICI DI MILANO LA SERA DEL 29 OTT...
Nol pretendo, o signor; queste non sono
Della gallica Atene
Le celebrate scene, ove perfetta
La grand'arte di Roscio il vero imita
Sì che del vero istesso
Più bella appar l'imitatrice, e dando
Voce al gesto e colore
Pinge vivi gli affetti e parla al core.
Nè perciò basso udrai levarsi il grido
Dell'italo coturno. È nostro il vanto,
Se a trar degli occhi il pianto
Dopo l'artico nembo
Melpomene tornò. Dai nostri lidi
Mosse l'aura felice,
Che le divine sofoclèe faville
Su la Senna destò. Vinte, il confesso,
Fur dalle franche nell'illustre arringo
L'itale Muse, e giacque
De' maestri l'onor. Ma surse al fine
Chi le nostre sconfitte
Spirto altero redense, e i primi allori
Contrastò su la fronte ai vincitori.
O del grande Astigiano ombra sdegnosa,
Esci e vieni su questo
Palco a te sacro a contemplar contenta
I tuoi trionfi. Il valoroso figlio
Del maggior de' mortali udir qui brama
Gli alti tuoi carmi; e tu gli spiega, e pungi
Per la prole d'Edippo
Di pietade il suo sen. Benchè fra l'ire
Di Gradivo nudrita, alma sì bella
Ha una lagrima anch'ella
Per gl'infelici: e la virtù più cara
Di guerriero scettrato e generoso,
O fra l'armi o nel solio, è un cor pietoso.
La pietà di Giove è figlia;
E col pianto al dio sdegnato
Spegne il fulmine infocato,
E gli queta i tuoni al piè.
Al gran Giove il re somiglia;
Ed amici accanto al trono
Il rigore ed il perdono
Padre il fanno al par che re.