CVIII – Guidi

By Giacomo Leopardi

O noi d'Arcadia fortunata gente,

Che, dopo l'ondeggiar di dubbia sorte,

Sovra i colli romani abbiam soggiorno!

Noi qui miriamo intorno,

Da questa illustre solitaria parte,

L'alte famose membra

De la città di Marte.

Indomita e superba è ancora Roma,

Benché si veggia col gran busto a terra:

La barbarica guerra

De' fatali trioni,

E l'altra che le diede il tempo irato,

Par che si prenda a scherno.

Son piene di splendor le sue sventure;

E il gran cenere suo si mostra eterno:

E noi, rivolti a l'onorate sponde

Del Tebro, invitto fiume,

Or miriamo passar le tumid'onde

Col primo orgoglio ancore d'esser reine

Sovra tutte l'altere onde marine.

Là siedon l'orme de l'augusto ponte

Ove stridean le rote

De le spoglie de l'Asia onuste e gravi;

E là pender soleano insegne e rostri

Di bellicose trionfate navi.

Quello è il Tarpeo superbo,

Che tanti in seno accolse

Cinti di fama cavalieri egregi;

Per cui tanto sovente

Incatenati i regi

De' Parti e de l'Egitto,

Udiro il tuono del romano editto.

Mirate là la formidabil ombra

De l'eccelsa di Tito immensa mole,

Quant'aria ancor di sue ruine ingombra.

Quando apparir le sue mirabil mura,

Quasi l'età feroci

Si sgomentaro di recarle offesa;

E guidaro da i Barbari remoti

L'ira e il ferro de' Goti

A la fatale impresa.

Ed or vedete i gloriosi avanzi,

Come, sdegnosi de l'ingiurie antiche,

Stan minacciando le stagion nemiche.

Quel che v'addito, è di Quirino il colle,

Ove sedean pensosi i duci alteri,

E dentro a i lor pensieri

Fabbricavano i freni

Ed i servili affanni

A i duri Daci, a itumidi Britanni.

Ampi vestigi di colossi augusti,

Di cerchi, di teatri e curie immense,

E le terme, che il tempo ancor non spense,

Fan de l'alme romane illustre fede.

Parea del Lazio la vetusta gente,

In mezzo a lo splendor de' geni suoi,

Un popolo d'eroi.

Ma, reggie d'Asia, vendicaste alfine

Troppo gli affanni che da Roma aveste.

Con le vostre delizie oh quanto feste

Barbaro oltraggio al buon valor latino!

Fosse pur stata Menfi al Tebro ignota,

Come i principii son del Nilo ascosi:

Che non avresti, egizia donna, i tuoi

Studi superbi e molli

Mandati a i sette colli;

Né fama avrebbe il tuo fatal convito:

Romolo ancor conosceria sua prole;

Né l'aquile romane avrian smarrito

Il gran cammin del sole.