CX. IN MORTE DEL MILITARE ROISE DELLA SOCIETÀ DEI FRANCHI MURATORI.
Sprezza l'invidia: ascendi,
Vate, il mio carro portator del grande
Cigno di Dirce per la polve elèa.
Vieni; e securo tendi
L'arco teban, che riverita spande
La memoria de' forti e la ricrea. —
Posto ancor non avea
Fine all'invito l'eliconia diva,
Ch'alto io già premo il divin cocchio: ed ella
Gl'immortali corsieri in su la riva
D'Alfeo pasciuti per lo ciel flagella.
Dell'atri nubi il seno
Squarcian le rote impetuose, il tuono
Svegliasi e rugge; il lampo mi combatte
Le pupille: e sereno
Il cor nel petto mi fiammeggia al suono
Delle tempeste. Come vento ratte
Sotto le piante intatte
Fuggon cittadi e regni. Inclito campo
D'Eylau, già scendo lodator de' tuoi
Vanti, e poi bacio di rispetto io stampo
Su l'umil tomba de' quei spenti eroi.
Qui pugnava tremenda
Contro il valor la rabbia, e in vorticoso
Turbo le nevi congiurate e i venti:
Qui fe palude orrenda
Misto il barbaro sangue al generoso:
E col fragor de' bellici tormenti
Si confondean ruggenti
Le bufère. Ma invitta, ovunque cada
L'ira de' nembi e il runico furore,
Del gran guerriero combattea la spada,
E più securo d'ogni spada il core.
Quale nel suo disdegno
Alza Giove lo scettro; e la divina
Folgor s'infiamma, e tuona, e parte, e strugge
Tal del mio sire è il segno,
Tal del suo brando il lampo e la ruina.
Cade lo Scita fulminato, e mugge
Nella caduta; o fugge
Precipitoso. Orribile mistura
Fan riversati nella bianca valle
Corpi carri destrieri; e la paura
Sferza ululando le fuggenti spalle.
O delle forti imprese
Genio custode, lo stil prendi e scrivi
De' prodi il nome, che sul sacro letto
D'onor morte distese;
Scrivi li cento che trafitti in rivi
D'ostil sangue calcâr di mille il petto:
Nè ardir porgea lo stretto.
E tu pur cadi tra' famosi, o figlio
Dell'insubre oriente: e te caduto
Pianse il mistico sol, pianse ogni ciglio;
E del gran tempio il lavorìo fu muto.
Ma de' tuoi fatti altera
Già vien la gloria, che il fraterno pianto
Terge: alle auguste canopèe colonne
Già torna la primiera
Luce, e in lieto si cangia arcano canto
L'inno lugùbre della tua Sionne.
Godi, o fratel. Le donne
Del sacrato Elicon veglian la cura
Del lauro asperso del tuo sangue: e vive
Eterno il lauro, che l'eterna e pura
Onda educò delle castalie rive.