CXCI – Bondi
Egli non ha nemico
Maggior del tempo: e a consumarlo ei suda,
E mette ogni pensier. L'ozio e la noia
A lui numeran l'ore, e dangli avviso
Del sonar di ciascuna: ond'ei si aggira
Solo occupato de l'impiego eterno
Di chieder sempre e di aspettar che arrivi
Ora il meriggio ed or la sera; e intanto
Il lunghissimo dì passa e distrugge
Su i caffè in parte, e poi di casa in casa
L'obeso ventre strascinando, e il peso
De l'esistenza sua. Grave egli giunge
In ogni luogo; e al suo venir si stringe
Ne gli omeri ciascuno, ed ogni labbro
Freddamente il saluta. Egli non bada,
Stupido avanza, e ad occupar s'affretta
Quel ch'entrando adocchiò libero ancora
Più morbido sofà. Mira: ei da prima
Le vesti dietro ad ambe man raccoglie;
Poi tutto alfin vi si abbandona, e lento
Vi si sdraia gemendo. Il frale scanno
Cigola sotto l'improvviso incarco
Di tanta soma. Ei guarda intorno alquanto;
E poiché nulla del discorso intende,
E l'orecchio digiuno allunga indarno,
Per fuggir l'ozio al solito s'appiglia
Ingegnoso ripiego; e a poco a poco
Le palpebre inchinando a sopor lento,
La vegetabil macchina e lo spirto
Colloca alfine ne l'anfibio stato
Che in mezzo è posto tra la veglia e il sonno.
Bello il vederne l'anima impotente
Con lunghi sforzi contrastare indarno,
E resister cedendo. A l'occhio intanto,
Già semichiuso, gli appannati oggetti
Mostransi appena; e d'indistite voci
Lieve susurro mormora a l'orecchio
Semisopito. Ma il sospetto eterno
De' sguardi altrui, gustar nol lascia in pace
La furtiva quiete: e tratto tratto
Scuotesi d'improvviso, e le luci apre
Attonite, e sogguarda; e tosse intanto,
Con accorto consiglio, onde dar segno
Ch'egli è pur desto. Ma di nuovo il preme
Il vincitor letargo; e a lui sul petto
Ricade il capo languido. E di nuovo
Pur si riscuote, e il nobil gioco alterna.
E poiché tutta l'onorata impresa
Alfin compié, né di dormir più spera;
Si rizza in piedi risoluto, e in fretta
Da lo stuol si congeda: e caldo allora
Di nuovi spirti e di sublimi idee,
Passa animoso a pigliar sonno altrove.