CXCII
La vita è corsa, e pur non giunge a riva
questa di miei nemici armata nave,
cui d’hor in hor più s’allontana il porto,
né veggio altro fin qui che notte ed ombra;
che farai dunque, o cieca, o dolente alma,
rinchiusa in vil di terra inferma vesta?
Tu che, lasciata qui la mortal vesta,
libera godi in lieta amica riva,
chiara, bella, felice e gentil alma,
quasi di nobil merce ornata nave,
scaccia co’ raggi tuoi la nebbia e l’ombra,
che mi nasconde il segno e toglie il porto.
Lasso, ben havev’io ritratto in porto
il rotto legno e la bagnata vesta,
securo in tutto di tempesta e d’ombra;
quando ecco a ciel sereno, in piana riva,
allhor ch’i’ men temea, ruppi la nave,
e restai orba, trista e vedova alma.
Deh, ché non voli, o miserabil alma,
a la tua cara luce, al dolce porto?
Questa ch’ha nome vita è fragil nave,
anzi da ragni in polve ordita vesta;
non si trova qua giù ferma la riva,
finché grave ne copre e terrena ombra.
Human caduco velo, ignobil ombra
ch’ammanti sconsolata infelice alma,
fia mai quel dì che la sinistra riva
tu lasci indietro e ti riposi in porto?
Ben se’ povera tu lacera vesta,
ben se’ deserta inarenata nave.
Se loco hebbe nel ciel degno la nave,
e fu pur ella in selva al sole, a l’ombra,
che da Colcho recò l’aurata vesta,
quanto più ve l’havrà, fatta quest’alma
già pura e leve, il dì che giunta al porto
goderà lei ne la celeste riva?
Altra riva cercar con altra nave
convien per girne a porto; o mondo, o ombra,
o alma, a che non spogli antica vesta?