CXCII
Nelle fiorite piagge, e fertil piano
d'ombrose selve e folti boschi pieno,
che la bell'Adda press'Insubria bagna,
Pan dio d'Arcadia venne, poi che 'n vano
seguì Siringa che d'Amor il seno,
superba e ritrosetta, discompagna.
E 'n la ricca campagna,
d'antiche quercie in mezz'ai santi orrori,
l'albergo elesse e eterno nome diede
al bel Pandino, erede
oggi di più felici e veri onori,
di virtù nido e seggio a casti Amori.
Quivi la bella e glorïosa donna,
ch'a' nostri giorni di virtute e grazia,
e di beltate albergo si ritrova,
stassi con sparso crine in nera gonna
e sol di lagrimar s'appaga e sazia,
tant'in lei doglia il duol ognor rinova,
il duol a cui non giova
altrui conforto: sì l'affligge e sface
la morte di un figliuol, tal ch'ella suole,
dall'uno all'altro sole,
piagnendo sempre priva d'ogni pace
starsi, qual neve al sol che si disface.
Onde chiavate insieme ambe le mani,
con gli occhi fissi al ciel si lagna e grida,
tal ch'a pietate il marmo può piegarse.
E dice sospirando: – ahi sciocchi e vani
nostri pensieri, e pazzo chi si fida
in ciò ch'ogni momento suol cangiarse!
Invide Parche e scarse,
che 'l caro mio figliuol sì tosto a morte
tiraste, con sì duro e orrendo caso,
che dall'orto all'occaso
del sol, non fu già mai sì fiera sorte
tra quanti qui n'ancide l'empia morte.
Come non puotè in me tanto la doglia
ch'i' ne morissi, allor ch'i' vidi il sangue
da quelle membra uscir sì caldo fore?
I' vidi, ahimè, la pargoletta spoglia
d'alto cadendo pallidetta e esangue
restar come tra l'erbe un secco fiore.
Ben è ver che non more
di doglia alcun. I' pur dovea morire
allor che 'l vidi. I' pur morir dovea
quando mancar vedea
il caro mio figliuolo in tal martìre,
che 'n me non può per tempo mai finire.
Questa è pur doglia, ch'ogni doglia avanza;
e sovra ogni credenza in me può tanto,
ch'i' ne torrei morir per minor pena.
E peggio si è, che for d'ogni speranza
i' vivo, che cessar mai debbia il pianto
ch'esce dagli occhi miei con larga vena.
Ahi vita amara, e piena
d'aspri tormenti! I' veggio ben ch'omai
sperar non debbo più diletto o gioia,
ma sol angoscia e noia,
che con dogliosi e sempiterni lai,
mi tengan sempre fin ch'io viva in guai.
Ché se per morbo il mio figliuol la vita
finit'avesse, a poco a poco quale
suol avvenir in tal' età sovente,
forse ch'all'aspro mio dolor aìta
darei. Ma quand'i' penso all'alte scale,
cagion della rovina sì repente,
mancami allor la mente,
né come viva resti dir saprei.
Ahimè figliuolo, ahimè figliuol mio caro,
in tanto duol amaro
il resto lasci delli giorni miei,
che se morta non fossi i' ne morrei.
Or quando mai potrò, figliuol, vederti,
che senza te la vita non m'aggrada,
ove mai sempre il cor doglioso geme?
Lassa, che non feci io per ritenerti?
Ma non puotè Esculapio, o Apollo, a bada
l'alma tener in tante doglie estreme.
Non valse il colto seme
a piena luna, e meno il suco d'erbe,
né tra le pietre il verde e fin smeraldo.
Né lo bel diaspro il caldo
sangue fermò, che dalle piaghe acerbe
correa, qual rio che larga vena serbe.
Ind'io mirando que' begli occhi, quelli
occhi tuoi dolci,ombrar eterna notte,
e 'l dolce ragionar finir in tutto,
più di te morta, i già leggiadri e belli
lumi bagnai, con lagrime interrotte
da fier singhiozzi e sospiroso lutto.
E 'l viso bel distrutto,
e la soave bocca in ogni lato
baciai più volte, stand'intenta allora
ch'uscisse l'alma fora,
acciò cogliessi almen lo spirto amato
sulle tue labbra con l'ultimo fiato.
Dunque, figliuol, l'acerbo mio cordoglio
s'hai teco quell'amor che 'n terra avevi,
mira dal ciel, e vieni a consolarmi.
Tu sai che giustamente pur mi doglio,
da poi che fur i giorni tuoi sì brevi,
ch'assai più tempo lieta dovean farmi.
Ahimè, perché donarmi
non volle grazia il ciel, ch'a questo passo
teco, figliuol à–. Qui tacque, né più disse:
ch'ambe le luci fisse
al ciel avendo, il corpo quasi casso
parve di vita, ed ella farsi un sasso.
Turbosse allor il cielo
per non veder che 'l cor di duol si svella
fra le più belle donne alla sì bella.