CXCII
Cecco, perch'io già fui persino agli occhi
nel fango ove tu sei sino a la gola,
io ne posso parlar me' che gli sciocchi.
Di quest'arte nefanda e mariola
voglio un gran pezzo ragionarne teco:
non t'incresca venir a la mia scola
ché non espon così 'l Torello il greco
come io ti spianerò tutti quei passi
ove tu vai precipitoso e cieco.
Non ti creder però ch'io mi pigliassi
teco 'l pensier del Roscio, se, per dio,
ti vedessi tirar per piazza i sassi;
ma, perché son per mia disgrazia anch'io
chiamato Cecco, e questo vizio macchia
il comun none e non più 'l tuo che 'l mio,
dico che a la ventura il vulgo gracchia
senza rispetto e senza discrezione
né distingue dal corvo la cornacchia.
Chi Cecco dice e non dice Platone,
intender si potria Cecco Coppetta;
va poi trarlo del capo a le persone.
Oggi con l'arco teso ognun m'aspetta;
o che direbbe un amico de' nostri
per far una leggiadra sua vendetta?
Ma tu, Platon, che di par seco giostri,
non odiar il mio dir, ché a dire 'l vero
è più mercé che a dir i paternostri.
Come può far, i' non vo' dir, san Piero,
che più ti piaccia che 'l mangiar e 'l bere
un cento, un cinque, un cinquanta ed un zero?
io ti dico del fondo da sedere;
non parlo d'aritmetica, ben ch'ella
ti volesse già far mastro o messere.
Tu mi risponderai che ognun uccella
questo boccone e chiunque vive al mondo
il cerca, il brama, il pensa e ne favella;
e ch'i geometri dicono che 'l tondo
è più perfetto assai che 'l quadro o 'l fesso,
massime quel che non ha fin né fondo;
e ch'avendo con femine interesso,
l'uom s'ingomma, s'indoglia, imbolla e pela,
e che coi maschi non avvien sì spesso;
col padron si passeggia e si querela
quasi a sua posta e non ne vien vergogna,
se ben la cosa non s'asconde o cela;
Roma, Venezia, Fiorenza e Bologna
ed ogni altra città c'ha del civile,
desta fa quel mistier, dormendo il sogna;
è mestier reverendo e signorile,
che ci assotiglia la vista e l'ingegno
e però ti domanda arte sottile;
ben si può dir che sia di piombo o legno
chi per te non si spolpa, snerva e sfila.
Dirmi queste e più cose è 'l tuo disegno.
Io ti rispondo, e non come uom che svila
e vuol comprar, ch'io non apprezz'un fico
Ganimede, Narciso, Adone ed Ila.
Questo vizio 'l trovò nel temp'antico
un capriccio d'Orfeo pazzo e bestiale,
quando a le donne diventò nimico.
E perché in vero l'uomo è un animale,
tant'inquieto che talor gli approda,
più che la carne, i cardi e 'l caviale,
e nel vestire e in tutto 'l resto loda
chi sforza la natura, allora parse
che stesse bene agli uomini la coda.
Questo error prima fra i signor si sparse,
però ch'i gusti lor, torti e svogliati,
soglion di cose strane dilettarse,
e, da quel falso giudizio tirati
gli altri plebei corrivi, è poi cresciuto
l'uso sì che si scolla insino ai frati.
Altri 'l fa per usanza, altri ha perduto
l'appetito e 'l cervello, altri presume
buon compagno per questo esser tenuto,
alcun cerca l'arrosto, alcuno il fume;
così dal corso suo quasi è smarrita
nostra natura vinta dal costume.
O ladra, o porca, o pedantesca vita!
E tu par quasi che ci trovi 'l mèle
e te ne lecchi persino a le dita!
Ma vuoi veder se quel vizio è crudele,
che vien punito da ciascuna legge
con quel che fa risplender le candele?
e tu vedrai, e chi la bibbia legge,
che già cinque città fêro 'l falone
perché la strada usâr de le coregge:
e s'or il fuoco non piove a' montone,
pur ci vengono dietro mille mali,
e sol questo peccato n'è cagione.
Son di diverse spezie e tanti e tali,
che, putto o vecchio che ti trovi in caso,
ne fai portar il segno agli orinali.
Spesso ancòra nel ber si rompe il vaso,
benché pagollo una volta a contanti
quel ciabattin che fe' come Tommaso:
così vedess'io un dì tutti i pedanti
che insegnano ai fanciulli ne le scuole
questa falsa grammatica, i furfanti!
Le donne potrian dar baci e parole,
se non fusse tal pèste a la scoperta,
com'in Francia e 'n Lamagna usar si suole.
Di bella donna un bacio a bocca aperta
val più che montar groppe o correr lance
per quella strada ch'è fallace ed erta.
Chi sa far le mammine e chi le ciance
se non le donne? E non vien lor la barba
ad occupar quelle polite guance;
da lor puo' aver la salsa dolce e garba;
per ben ch'io starei sempre a faccia a faccia:
quel voltar de le spalle a me non garba.
Un ragazzo ti dice: — Affretta, spaccia —
gli par mill'anni uscirti de la mano:
l'altra non si può tôr da le tue braccia.
Alcun vuol dir che quel mistier è sano
più per la vista; ma se fusse questo,
tu potresti veder sin a Milano.
Chi dice s'usa in Italia e nel resto
del mondo, io dico, se s'usasse in corte,
egli è un bruttissimo uso e disonesto.
Se d'un garzon s'innamora per sorte,
sia chi si vuol, gli metteria più conto
d'aver lunga persona e gambe torte;
ben potria maledir il giorno e 'l ponto,
ben potria dir — Mi avess'io rotto 'l collo —
se vuol d'ogni suo mal tenér ben conto.
Forse il terrai un otto dì satollo
con un bel pasto di bove ordinario;
non bastan quattro di piccion o pollo:
al tuo voler sarà sempre contrario,
e ti comanderà con quella grazia
che se tu stessi con seco a salario;
ti dà martel, ti beffeggia, ti strazia
e vuol esser patron de' tuoi denari
ed una volta pur non ti ringrazia:
e, per dir zuppa, si ritrovan rari
che non sian come gli asini indiscreti
e fantastichi più che gli scolari;
non han carpite, verdure o tappeti
tanti vari color quant'essi voglie:
guarda se stanno i sodomiti lieti!
Alcun si piglia un ragazzo per moglie
per fuggir di pelarsi, e poi s'avvede
c'ha preso il mal francese con le doglie.
Io potrei dir le sporcizie che vede
chi fa quest'esercizio, ma son cose
che farian stomacar chi non le crede:
si vede uscir spesso da le chiose
tutto corrotto il testo, e 'l dolce paggio
in el grembo ti lassa altro che rose;
e sotto un par di brache vedut'haggio
tal volta più corone e più ghirlande
e più ciriege che non porta il maggio.
Mi par poi una cosa troppa grande
e proprio da spirtarsi, che costoro
corrano al cul com'il porco a le ghiande;
han dato sino a le pèsche il decoro,
e ognuno corre a questo buco e cava
come ci fusse qui la vena d'oro.
O ladra usanza, scelerata e prava!
Si vòta un cesso, è pagato un facchino;
oggi di bando ognuno 'l vòta e lava.
Un che non abbia il padrone o 'l buccino
e non vi ponga ogni sua fantasia,
è tenuto ignorante o contadino;
oggi non è sicuro un che non sia
con tre dita di barba, e dice il vòlgo:
— Finisca in me la mia genealogia.—
Ma questo sacco a mio modo non sciolgo,
ché mia intenzion non è d'esser mordace;
ond'i miei versi a te, Cecco, rivolgo.
Non voler esser tu più contumace
a la natura, né aspettar le sette,
ché questo fallo a Dio troppo dispiace.
Gli animai che non portan le berrette
han dinanzi la via larga e patente;
a che dunque voltar per le tragette?
E sappi che s'inganna oggi la gente,
che non è 'l più perfetto e vero amore
che servir a le donne solamente;
e fu bene un bugiardo, un cianciatore
colui che pose quel mistier furfante
tra l'arti che si fan degne d'onore.
Ma che bisogna dir parole tante?
Un cavallo sarebbe ormai balordo,
e tu indurato stai com'un diamante.
Io ti conosco a tal pasto sì ingordo,
che pria che 'l vezzo cangiarai lo spoglio;
e 'l mio dir è narrar favole al sordo,
e mi butto l'inchiostro e questo foglio.