CXCIII – Bondi

By Giacomo Leopardi

Bella saria, ma troppo

Gliel dissero gli amanti; ond'ella, vana

De' plausi lor, la prodiga natura

Viziò con l'arte, e per piacer dispiacque.

Breve viaggio a gl'itali confini,

In poche lune l'arricchì di mille

Ridicole maniere. Al patrio lido

Straniera ritornò. Già vil le suona

Il nativo idioma, e tratto tratto

Chiama in soccorso le adunate frasi

(Pedantesco tesoro) e i motti arguti

Che da la Senna volano leggeri,

E a piè de l'Alpi poi rancidi e stanchi

Cadono in bocca de' lombardi Adoni

E de l'itale Veneri, che a gara

Se li rubano in giro, e senso e accenti

Storpiano gentilmente. Or tu l'osserva

Come languida avanza. Il breve passo

Modera il fianco dondolando; e spira

La grand'aria di corte. Oimè, frenate

(Giunta sul limitar, sembra che implori),

Vulgari lingue (ed a l'orecchio offeso

Forma riparo con la man), frenate

L'incondito garrir: ché troppo, ahi, soffre

L'organo molle e dilicato a l'urto

D'una voce sonora. Innoltra, o alunna

De le galliche Grazie: e voi l'udite

Come dal labbro semichiuso ad arte,

Lascia appena sortir, di suono in vece,

Articolato sibilo soave,

Che di sommessi non uditi accenti

Le tese orecchie tormentando bea.

Né al labbro solo l'armonia presiede;

Ma il piè, l'occhio e la man, tutto risente

Numero e legge. Il metrico compasso

Misura i moti; ed animan le molle

D'uno studiato meccanismo questa

Macchina armoniosa. Ogni suo gesto

Sprigiona un vezzo; ogni momento scopre

Qualche nuova beltà di brio vivace,

O di lento languor. Sovente obbliqua

Volge la molle guancia, ond'altri possa

Contemplarne il giustissimo profilo

Soavemente declinar: poi dopo

Curiosa ed attonita richiede

Di non sa cosa, cui da lungi accenna,

Quasi fingendo d'ignorarla; e allunga

La destra intanto, e del tornito braccio

Mostra così la degradante e liscia

Rotondità. Che se gentil novella

Talun prenda a narrar, mirala come

Sul volto a chi ragiona immobil ferma

Le intente luci: dal loquace labbro

Par che estatica penda; e pur non ode

Forse, o non bada, e medita frattanto

Di quai vezzi far pompa, e come usarne

Studia in secreto, e ad ogni accento, ad ogni

Pensier diverso i movimenti adatta.

Or sorride improvviso; e pur non v'era

Di ridere cagion: ma il bianco avorio

Di tereti, minuti, uguali denti

Volea scoprir. Poi cangia scena, e mostra

Di conturbarsi, e ricomponsi a un tratto;

E fra la speme ed il timor sospesa,

Stenta il respiro volontaria: e intanto

I simulati palpiti frequenti

Danno pretesto a l'anelare alterno

Del consapevol sen. Che se il racconto

L'artifizioso narratore intreccia

Di tristi eventi; o d'improvviso scossa

Inorridisce con gentil ribrezzo,

O in aria di pietà sul volto chiama

Patetico pallor, che il dolce imita

languir d'un giglio moribondo: e poi

Siccome fece che a spirar vicina,

Sente il soccorso d'alimento amico,

E rediviva a scintillar ritorna;

Tal, se la storia a lieto fin si volge,

Quasi lo spirto le rinvenga, anch'ella

Le smorte guance scolorite avviva,

E di sereno giubilo improvviso

Fa gli occhi scintillar. In simil guisa

Si modifica e sforza; e ad aver vanto

Di sensitiva ed irritabil fibra,

Cangia moti e color, e mille affetti,

Che vorrebbe sentir, simula.