CXCIV – Bondi
Ma già la notte del suo cheto giro
La metà segna, e un non so che diffonde
Che gli occhi aggrava, e in un gli spirti e i sensi
Intorpidisce e allenta. I dritti suoi
Morfeo ripete, e con la molle verga
Or questo or quello lievemente tocca:
E da quel tocco inimpedibil segue
Scherzo gentil. Tu, prode Erasto, il primo
Fosti che in arco spazioso apristi
Le tue labbra sonore. Il noto segno
Non fuggì inosservato: emula gara
Di mano in mano lo propaga e addoppia.
Qual se al gambo talor d'arida canna
Fuoco s'apprende, si i fogliosi nodi
Fino a l'estrema cima in un momento
Lieve serpeggia la scorrevol fiamma;
Tale, a l'esempio tuo, diffuso in giro,
Di bocca in bocca per la lunga fila
Tacito vola un languido sbadiglio,
Che noia e sonno universale accusa.
Altri chiede de l'ora, altri oziando
L'orologio consulta, e coi vicini
Confrontando il registra. Esauste e vote
Han del garrir le fonti: e già più rare
E più dimesse suonano le voci,
Tarde e interrotte; e del silenzio sono
Gl'intervalli più lunghi. Alfin pur s'ode
Per le sassose taciturne vie
De i lungamente desiati cocchi
Il sordo pria romoreggiar lontano,
Che a poco a poco s'avvicina, e cresce
Gradatamente; ed a la soglia innanzi,
O pur ne l'atrio, volgono gli aurighi
E arrestano i destrier. Le orecchie allora
Tendonsi, e gli occhi disiosi; e ognuno
Il proprio nome impaziente spera
Dal servo annunziator. Poiché più volte
Sperarlo invano, alfin di tutti arriva
Il bramato momento. Ecco già in piedi
Balzano lieti, e a subito congedo
Si atteggian destri, a la fedel memoria
Chiamando intanto il formulario usato
Che suol dirsi al partir. A le lor dame
Porgon le destre i cavalier compagni:
Tutti sortono alfin; col sacro patto
Di tornar pronti la ventura sera,
A l'ora istessa, quelle istesse cose
A ripetere e udir, e con la speme,
Sempre delusa, di godervi un'ora
Di piacer vero, e poi partir di nuovo
Non di se stessie non d'altrui contenti.