CXCVI

By Domenico di Giovanni

Batista, perché paia ch'io non temi,

Com'io non so, le tue frittelle erbate;

Per degnità, le mie labbra sudate

M'asciugo spesso co i tuoi gran proemi;

E benché d'onestà mio pregio scemi,

Quest'è l'uccel, che getta le piumate;

E che per l'occhio del cocuzzol pate

La dolcezza, che molti induce a stremi.

Ma reverendo tua soverchia rima

Nel dir superbo ch'i' ho tanto a schivo,

Mestier non mi fu mai scorta, né guida.

Però che 'l Ciel dalla più degna cima

In me spirò virtù; tosto io fui vivo,

Sotto il cui scudo il mio ingegno si fida:

Che non son di voi altra gente ruda,

Che senza accidentale andreste ignuda.