CXCVIII
Utile a me sopra ogni altro animale,
sopra il bue, sopra l'asino e 'l cavallo
e certo, s'io non fallo,
utile più, più grato, assai più caro
che 'l mio muletto, le galline e 'l gallo,
chi mi t'ha tolto? O sorte empia e fatale,
destinata al mio male!
giorno infelice, infausto e sempre amaro
nel qual perdei un pegno, oimè! sì caro
che mi sarà cagion d'eterne pene!
Dolce mio caro bene,
animal vago, leggiadretto e gaio,
tu guardia eri al granaio,
al letto, ai panni, a la casa, al mio stato
e insieme a tutto quanto il vicinato.
Chi or da le notturne m'assicura
topesche insidie o chi sopra il mio piede
le notti fredde siede?
Già non sarà cantando alcun che chiami,
la notte, in varie tempre, più mercede
attorno a queste abbandonate mura
(oh troppo aspra ventura!)
dei tuoi più fidi e più pregiati dami;
anzi cercando andran dolenti e grami
te forse la seconda volta grave.
Dolce del mio cuor chiave,
ch'un tempo mi tenesti in festa e 'n gioco,
or m'hai lasciato in fuoco
gridando sempre in voce così fatta:
— Oimè, ch'io ho perduta la mia gatta! —.
Anzi ho perduto l'amato tesoro
che mi fea gir tra gli altri così altèro
che, s'io vo' dire il vero,
non conobbi altro più felice in terra.
Or non più, lasso! ritrovarlo spero
per quantunque si voglia o gemme od oro.
O perpetuo martoro,
che m'hai tolto di pace e posto in guerra!
E chi m'asconde la mia gatta in terra?
colma sì di virtute
che, a dir, tutte le lingue sarian mute,
quant'ella fu costumata e gentile:
ne l'età puerile
imputar se le puote un error solo,
mangiarmi su l'armario un raviggiuolo.
Taccio de' suoi maggior la stirpe antica,
come da Nino a Ciro, a Dario, a Serse
il seme si disperse
poi in Grecia, indi a le nostre regioni,
allor ch'ei la fortuna mal sofferse
ne le strette Termopile nimica;
perché il dolor m'intrica
né lascia punto ch'io di lei ragioni.
Però sua cortesia lo mi perdoni,
s'io non parlo di lei tanto alto e scrivo;
causa è che non arrivo,
come conviene, il dolor, ch'è sì forte
che mi conduce a morte,
non trovandola meco a passeggiare
e sopra il desco a cena o a desinare.
Miser, mentre per casa gli occhi giro,
la veggio e dico: qui prima s'assise;
ecco ov'ella sorrise;
ecco ov'ella scherzando il piè mi morse;
qui sempre tenne in me le luci fise;
qui ste' pensosa e dopo un gran sospiro,
rivoltatasi in giro,
tutta lieta ver' me subito corse
e la sua man mi porse;
quivi saltando poi dal braccio al seno,
d'onesti baci pieno
le dicea infin: tu sei la mia speranza;
ahi dura rimembranza!
sentiala, poi che 'l corpo avea satollo,
posarmisi dormendo sempre in collo.
Ma quel ch'avanza ogni altra maraviglia
è raccolta vederla in qualche canto
e quivi attender tanto
il suo nimico, che l'arrivi al varco:
allor, trattosi l'uno e l'altro guanto
da le mani e inarcando ambe le ciglia,
sol se stessa simiglia
e nessun'altra (e son nel mio dir parco),
ché mai saetta sì veloce d'arco
uscìo né cervo sì leggiero o pardo
ch'appo lei non sia tardo;
indi, postogli addosso il fiero ugnone,
lo trae seco prigione
ed alfin, dopo molte e molte offese,
è de la preda ai suoi larga e cortese.
Ella è insomma dei gatti la regina,
di tutta la Soria gloria e splendore;
e di tanto valore
che i fier serpenti qual aquila ancide.
Ella, a chius'occhi (oh che grande stupore!)
gli augei, giacendo, prende resupina;
e de la sua rapina
le spoglie opime ai suoi più car divide,
cosa che mortal occhio mai non vide.
Vidila io solo e mi torna anc'a mente
che con essa sovente
faceva grassi e delicati pasti.
Or mi ha i disegni guasti
e tolto non so qual malvagio e rio
l'onor di tutto il parentado mio.
Ogni bene, ogni gaudio, ogni mia gioia
portasti teco, man ladra rapace,
quel dì che la mia pace
sì tacita involasti agli occhi miei:
da indi in qua ciò ch'io veggio mi spiace
ed ogni altro diletto sì m'annoia
che converrà ch'io muoia
forse più presto assai che non vorrei.
Or per casa giostrando almen di lei
qualche tèner gattino mi restasse
che me la riportasse
ne l'andar, ne la voce, al volto, ai panni!
ché certo li miei affanni
non tenerei sì gravi e le mie cose
non sarebbon dai topi tutte ròse.
Io non potrei pensar, non che ridire
quanto sia grave e smisurato il danno
che questi ognor mi fanno:
senza licenza e senza alcun rispetto
dove più ben lor mette, di là vanno;
cotale è lo sfrenato loro ardire,
che in sul buon del dormire
(o Dio, che crudeltà!) per tutto il letto
vanno giostrando a mio marcio dispetto.
Sannol l'orecchie e il naso mio che spesso
son morsi; tal che adesso
mi conviene allacciar sera per sera
l'elmetto e la visiera,
essendone colei portata via
che tutti li faceva stare al quia.
Portata via non già da mortal mano,
perché, dov'ella fosse qua tra noi,
a me ch'era un de' suoi,
saria tornata in tutti quanti i modi;
ma tu, Giove, fra gli altri furti tuoi,
nel ciel, de le tue prede già profano,
con qualch'inganno strano
l'hai su rapita e lieto te la godi.
Deh, come ben si veggion le tue frodi,
ch'occultar non la puoi sotto alcun velo;
perché si vede in cielo
due stelle nove e più de l'altre ardenti,
che son gli occhi lucenti
de la mia gatta, tant'onesta e bella,
che avanza il sol, la luna e ogni altra stella.
Canzon, lo spirto è pronto e 'l corpo infermo;
ond'io qui taccio; e s'alcun è che voglia
intender la mia doglia,
digli: — Ella è tal che mi fa in pianto e in lutto
viver mai sempre e in tutto
divenir selva d'aspri pensier folta,
poi che la gatta mia m'è stata tolta.