CXI. VENERE URANIA. PER AMALIA AUGUSTA VICEREGINA D'ITALIA QUANDO VISITÒ LA COPP...
Del gran veglio di Vinci
La sacra tela, rediviva al tocco
Di valoroso vindice pennello,
A far superbo e bello
Torna l'italo ciel. La maraviglia
Dell'ardito lavor gli sguardi invita
Anco de' numi; e la diffusa intorno
Subita luce, e la vital fragranza
Che tutta empie la stanza
E gli attoniti sensi inonda e bea,
L'arrivo annunzia di un'augusta dea.
Eccola: in mortal velo
Le celesti sue forme ella nascose:
Ma il regal portamento, e le scintille
Delle dolci pupille,
Il batter d'ogni core,
L'aria accesa d'amore.... ah! tutto avvisa
Che in quel caro sembiante
Venere si celò; non la reina
Di Pafo e di Citera,
Ma Venere che in cielo agli astri impera.
No; tu quella, o dea, non sei,
Che avvilisce i nostri affetti;
Ma colei, che ad altri obbietti
De' mortali innalza il cor.
Tu più caste e più severe
Fai le belle Arti sorelle;
Tu le porti su le sfere
A vestirsi di splendor.
Vieni dunque, o gran diva!
E qual d'Ilisso in riva
Di Fidia un giorno ad animar scendesti
Lo scalpello e il pensier, scendi cortese
Su la regale Olona; e qui d'Egira
E d'Elide gli altari oblierai.
A' tuoi fulgidi rai
Vedi come s'avviva e disfavilla
Del buon genio lombardo
La speranza e il valor. Vedi Minerva,
Che, deposta la lancia ancor grondante
Di germanico sangue, ad incontrarti
Dalla Rabba sen corse, e del divino
Leonardo t'accenna
I generosi alunni. Ella, da Giove
A fulminar chiamata
Altri acerbi nemici, alla tua cura
Raccomanda i suoi figli. E tu benigna
Deh n'adempi le veci! ed ispirando,
Nume caro adorato, i sacri ingegni,
Susciterai d'Atene
I dì beati su l'insùbri arene.
Del fiero Marte il tuono
Chiama dell'Ebro in riva
L'armipotente diva
Gli alteri a debellar.
Tu, dea di pace, al trono
Qui cresci onor novello:
Il più bel trono è quello
Che le bell'Arti ornâr.