CXII. LA IEROGAMIA DI CRETA. PER LE NOZZE DI NAPOLEONE I CON M. LUIGIA D'AUSTRIA...
Suonò d'alti nitriti
E d'immenso fragor di trascorrenti
Ruote l'Olimpo il dì che su lucenti
Cocchi di Gnosso ai liti
Scendean gli Eterni a celebrar le nuove
Tede solenni dell'Egioco Giove.
Su le balze dittèe
Che prime udir de' suoi vagiti il suono,
Gli avean sublime stabilito il trono
Due magnanime dee,
La danzante Vittoria e la seguace
De' bei trionfi generosa Pace.
Sovra base di forte
Adamante il fatal trono sorgea,
E scritte al sommo queste note avea:
IL VALOR, NON LA SORTE.
D'auro incorrotto, d'artificio miro
Effigiato, ne corrusca il giro.
Scolpito eravi il cielo
Dal civile furor salvo de' fieri
Nati d'Urano e da' Terrestri alteri,
A cui di Bronte il telo
Caro in Flegra costar de rio consiglio
D'aver tentato di Saturno il figlio.
Dal capo eterno e santo
Vedi altrove d'invitte armi vestita
Balzar Minerva, e collocarsi ardita
Al suo gran padre accanto,
Ed apprestargli il carro e la tremenda
Egida e l'ira nella pugna orrenda.
Grave d'igniti strali
L'adunco artiglio l'aquila superba
Batte tra il fumo della mischia acerba
L'ampie vele dell'ali,
E s'allegra al fragor che su Tifèo
Fan cadendo travolti Ossa e Pangèo.
Del nume in altro lato
Sculte son l'opre di bontà; le sante
Leggi inviate su la terra; e quante
Fanno il mortal beato
Arti leggiadre; e le dal vulgo escluse,
De' bei fatti custodi, olimpie Muse;
E di novella luce
Cinto e protetto de' re giusti il soglio,
E de' superbi fiaccato l'orgoglio:
Perocchè padre e duce
De' regi è Giove; e giudice severo
Non che l'opre ne libra anche il pensiero.
Su l'aureo trono assiso
L'alto dio salutò sposa e reina
L'augusta Giuno; e uscìa dalla divina
Maestade un sorriso,
Che vita era del mondo e fea d'amore
Fremer natura e de' Celesti il cuore.
Poneangli l'Ore ancelle
Sul nero ambrosio crin la dodonèa
Fronda vocale; e la ridente Igèa,
Cui del braccio le belle
Nevi odorose il sacro angue rigira,
L'eterna in fronte gioventù gli spira.
Veneranda consorte
Del maggior degli dèi, grande e felice
Da' possenti immortali imperatrice,
Di sua beata sorte
Esulta Giuno: Amor, che le favella
Cheto all'orecchio, la rendea più bella.
Le diè Ciprigna il cinto;
Le Grazie il velo del pudor; la dolce
Lingua che l'alme persuade e molce,
Il signor dell'avvinto
Doppio serpe allo scettro; e la sagace
Minerva la virtù che vede e tace.
Nè delle Muse il canto
Tacque; chè gioia non è mai compiuta
Ove la voce delle Muse è muta.
E l'alma Temi intanto
Dir contenta parca: — Se qui si gode,
Se la terra è felice, è mia la lode. —
Ma qual sul vasto Egéo
Nube s'innalza che di negro il copre?
L'alto del mondo correttor, fra l'opre
Del celeste imenèo,
La folgore posò: ma del triforme
Telo tremendo la virtù non dorme.
Su l'erto Ida il rovente
Stral deposto mettea fumo e faville:
Spumava offeso delle sue scintille
Il tritonio torrente;
E l'Oasse e il Teron remoti invano
Sentían l'urne bollir sotto la mano.
Del doppio mar commosse
Senza vento muggìan l'onde atterrite;
Ed a Nettuno fra le man smarrite
Il tridente si scosse.
Se d'amor gli ozi il gran Tonante oblìa,
Se il fulmin torna ad impugnar, che fia?
Di Giove alma nudrice,
Panacrid'ape; un sol de' favi ond'ebbe
Il re del cielo per te cibo e crebbe,
Dalla dittèa pendice
Su' miei carmi, deh! reca; onde diletto
N'abbia il mio sire che di Giove ha il petto.