CXL. NEL GIORNO OMASTICO DEL SIGNOR LUIGI AUREGGI, PRESSO DI CUI L'AUTORE CON LA...

By Vincenzo Monti

Chieggon le Muse, o figlia, alma gioconda

E tu versi a me chiedi?

Tu, che crudele (e il vedi)

Col pianto che le gote ognor t'inonda

Sì mi sconforti, che stanca ed attrita

Coll'ingegno in me langue anche la vita?

Nè spero del mio duol tronca l'amara

Radice e il primo vanto

Rinnovato del canto,

Se tu, dell'alma mia parte più cara,

Non chiudi al lungo lagrimar la vena

E fronte non mi mostri alta e serena.

Torni dunque, amor mio, le morte rose

Del delicato viso

A ravvivarti il riso;

Ed allegre del padre ed animose

Suoneranno le rime; chè 'l colore

Del mio crin si cangiò ma non il core.

Sparse allor di dolcezza in aurei modi,

Come amistà le spira,

Su la verace lira,

Del mio Luigi voleran le lodi;

E diran quanta cortesía suggella

Le candide virtù d'alma sì bella.

E tu la cetra, che temprarti io volli,

Disposando alla mia,

Di lodata armonía

Farai sonanti di Brianza i colli:

Si poseranno ad ascoltarla intenti

Di Caraverio su le balze i venti.

L'aure impregnando di ben mille odori

Soavemente tocchi

Dal lampo de' begli occhi

Lieti apriransi a te dintorno i fiori:

Non più morta, non più squallida e scura,

Ma tutta un riso ti parrà natura.

Intenerita intanto alle leggiadre

Note, e fissa le ciglia

Nell'apollinea figlia,

Di mutuo gaudio esulterà la madre:

E della madre e della figlia stretti

Confonderansi in dolce amplesso i petti.

Quale, se sgombro delle nubi il velo

Vibra il sole più schiette

Le lucide saette,

Si rialzano i fiori in su lo stelo,

E dal suo grande altar gl'invía la terra

Grati i profumi che dal sen disserra;

Tale al bell'atto del materno amore,

Dopo tanti martìri

E lagrime e sospiri,

Brillerà del risorto estro il valore;

Ed a Giove ospital questo solenne

Inno di gioia spiegherà le penne.

Giove padre, che le sante

Dell'ospizio auguste leggi

Pria ponesti e l'uomo amante

Del fratello ami e proteggi,

Cortesía che prega e dona

Queste mense a te corona.

E tu scendi, e re t'assidi

Del banchetto, iddio cortese.

Deh n'ascolta, deh sorridi

All'invito! e fa' palese

Che non solo a te graditi

Son gli etiopi conviti.

Qui dal fasto cittadino

Fuggitive han fermo il piede

Le virtù che a Dio vicino

Alzan l'uomo: intera fede,

Bontà schietta, amor del retto,

De' celesti il pio rispetto.

E quant'altre il cor fan bello

De' mortali, al sir di questo

A lor sacro e caro ostello

Pregan tutte che funesto

Mai non splenda astro veruno

Che gli volga il chiaro in bruno.

Prendi adunque, o padre, in cura

Questi campi a lui diletti,

Ove l'arte alla natura

Poter cresce in vaghi effetti.

Deh, tien lungi da sì belle

Piagge i tuoni e le procelle.

E di grandini e di piove

Abbastanza il turbo orrendo

Qui proruppe. Or porta altrove

De' tuoi nembi il suon tremendo:

Mancan forse all'ire ultrici

De' tuoi strali empie cervici?

A che struggi a che sgomenti

Colla folgore vorace

Pie contrade ed innocenti;

E stan Pelio ed Ossa in pace?

O fin poni a tanti orrori,

O non fia chi più t'adori.