CXLI. SU LO STESSO SOGGETTO, L'ANNO DOPO. 1824.

By Vincenzo Monti

Volge l'anno, o padre Giove,

Che a' miei preghi iddio cortese

Sorridesti; e vòlte altrove

L'ire tue, servasti illese

Dalla strage dell'estive

Tue procelle queste rive.

Ma di tua pietà sincere

Non fur l'opre. Avaro il sole,

Fieri i venti; e le bufere

Son successe alle gragnuole;

Sì che tutta a te si lagna

Desolata la campagna.

E tu soffri; ed anco in questo

Giorno sacro all'amistate

Fosco è il cielo, e da funesto

Nembo piangono atterrate

L'auree mèssi, e alla vicina

Morte il tralcio il capo inchina.

Pur che speri? A tuo dispetto

Con baldanza e cor giulivo

Celebrar vo' del diletto

Mio Luigi il dì festivo.

Salve, amico! Alla sventura

Bello è oppor fronte sicura.

Pioggie e grandini a tuo danno,

Quante ei vuole, avventi il figlio

Di Saturno; iddio tiranno,

Iddio scarso di consiglio,

Più che ai buoni ai tristi amico:

E ben io so quel che dico.

A te sia Giove migliore

La virtù che chiudi in seno:

E vestito il ciel d'orrore

Ti parrà cielo sereno.

Salve! e manda un cotal Giove

A cercar devoti altrove.

Anzi al tocco de' bicchieri

Ognun gridi — Viva il senno

De' romantici severi

Che beffato a morte il dienno!

Viva Creta che lo mise

Nel sepolcro, e se ne rise! —

Così al riso s'abbandoni

Qui ciascuno in questo giorno,

E al fragor de' rauchi tuoni

Che ci rugghiano d'intorno

Gridi — Viva (e caschi il mondo),

Viva sempre un cor giocondo! —

Come bello in balze orrende

Della rosa il fior sarìa,

Bella e cara al par si rende

Ne' dì foschi l'allegria.

Su, mescete! e nell'ebbrezza

Bacco affoghi ogni tristezza.