CXLI
Noi siàn mastri per natura
di malori e cerusia,
e per nostra fantasia
giàn pel mondo alla ventura.
Del velen dell'idra abbiamo
e del tigre e basilischio;
di San Pagol nati siamo,
però ci mettiàno a rischio:
noi faccián sol con un fischio
ch'ogni fiera velenosa
divien umile e pietosa,
né piú nuoce alla natura.
Noi abbiàn qui una biscia
c'ha 'l suo busto bianco e puro;
per la testa un velen piscia
che fare' 'ngrossare un muro:
donne, se col còr sicuro
la vosessi un po' provare,
noi ve ne vogliàno stare
se vi fa danno o paura.
Chi avessi in sé difetto,
fussi morso da scarpione,
noi abbiàno olio perfetto
che può ir al paragone;
se tarantola o scorzone,
donne belle, vi pungessi,
fatevi ugner tutt'i fessi
di vostra gentil figura.
Chi avessi attratti i nerbi,
noi gli faccián risanare;
chi gli avessi enfiati, acerbi,
questa polver fa purgare;
da velen la fa scampare,
chi di questa bee col vino:
noi ne diam per un quattrino,
perché giova alla natura.
Noi abbiàn qui una barba
che fare' pregna una vecchia;
se d'aver figliuol vi garba,
venderén che si sparecchia:
ella getta come secchia
un liquor soave e buono;
noi non ne diàn, donne, in dono,
perché accorcia sua natura.