CXLII

By Pietro Bembo

Alma cortese, che dal mondo errante

partendo ne la tua più verde etade,

hai me lasciato eternamente in doglia,

da le sempre beate alme contrade,

ov´or dimori cara a quello amante,

che più temer non puoi che ti si toglia,

risguarda in terra e mira, u´ la tua spoglia

chiude un bel sasso, e me, che ´l marmo asciutto

vedrai bagnar, te richiamando, ascolta.

Però che sparsa e tolta

l´alta pura dolcezza e rotto in tutto

fu ´l più fido sostegno al viver mio,

frate, quel dì, che te n´andasti a volo:

da indi in qua né lieto né securo

non ebbi un giorno mai, né d´aver curo;

anzi mi pento esser rimaso solo,

ché son venuto senza te in oblio

di me medesmo, e per te solo er´io

caro a me stesso; or teco ogni mia gioia

è spenta, e non so già, perch´io non moia.

Raro pungente stral di ria fortuna

fe´ sì profonda e sì mortal ferita,

quanto questo, onde ´l ciel volle piagarme.

Rimedio alcun da rallegrar la vita

non chiude tutto ´l cerchio de la luna,

che del mio duol bastasse a consolarme.

Sì come non potea grave appressarme,

alor ch´io partia teco i miei pensieri

tutti, e tu meco i tuoi sì dolcemente,

così non ho, dolente,

a questo tempo in che mi fidi o speri

ch´un sol piacer m´apporte in tanti affanni.

E non si vide mai perduta nave

fra duri scogli a mezza notte il verno

spinta dal vento errar senza governo,

che non sia la mia vita ancor più grave;

e s´ella non si tronca a mezzo gli anni,

forse averrà, perch´io pianga i miei danni

più lungamente, e siano in mille carte

i miei lamenti e le tue lode sparte.

Dinanzi a te partiva ira e tormento,

come parte ombra a l´apparir del sole:

quel mi tornava in dolce ogni alto amaro,

o pur con l´aura de le tue parole

sgombravi d´ogni nebbia in un momento

lo cor, cui dopo te nulla fu caro;

né mai volli al suo scampo altro riparo,

mentre aver si poteo, che la tua fronte

e l´amico, fedel, saggio consiglio.

Perso, bianco o vermiglio

color non mostrò mai vetro, né fonte

così puro il suo vago erboso fondo,

com´io negli occhi tuoi leggeva expressa

ogni mia voglia sempre, ogni sospetto:

con sì dolci sospir, sì caro affetto,

de le mie forme la tua guancia impressa

portavi, anzi pur l´alma e ´l cor profondo.

Or, quanto a me, non ha più un bene al mondo,

e tutto quel di lui, che giova e piace,

ad un col tuo mortal sotterra giace.

Quasi stella del polo chiara e ferma

ne le fortune mie sì gravi, e ´l porto

fosti de l´alma travagliata e stanca:

la mia sola difesa e ´l mio conforto

contra le noie de la vita inferma,

ch´a mezzo il corso assai spesso ne manca.

E quando ´l verno le campagne imbianca,

e quando il maggior dì fende ´l terreno,

in ogni rischio, in ogni dubbia via

fidata compagnia,

tenesti il viver mio lieto e sereno;

che mesto e tenebroso fora stato,

e sarà, frate, senza te mai sempre.

O disaventurosa acerba sorte!

O dispietata intempestiva morte!

O mie cangiate e dolorose tempre!

Qual fu già, lasso, e qual ora è ´l mio stato?

Tu ´l sai, che, poi ch´a me ti sei celato

né di qui rivederti ho più speranza,

altro che pianto e duol nulla m´avanza.

Tu m´hai lasciato senza sole i giorni,

le notti senza stelle, e grave et egro

tutto questo, ond´io parlo, ond´io respiro:

la terra scossa e ´l cielo turbato e negro,

e pien di mille oltraggi e mille scorni

mi sembra in ogni parte, quant´io miro.

Valor e cortesia si dipartiro

nel tuo partir, e ´l mondo infermo giacque,

e virtù spense i suoi più chiari lumi;

e le fontane ai fiumi

negâr la vena antica e l´usate acque,

e gli augelletti abandonaro il canto,

e l´erbe e i fior lasciâr nude le piaggie,

né più di fronde il bosco si consperse;

Parnaso un nembo eterno ricoperse,

e i lauri diventar quercie selvaggie;

e ´l cantar de le Dee, già lieto tanto,

uscì doglioso e lamentevol pianto,

e fu più volte in voce mesta udito

di tutto ´l colle: o Bembo, ove se´ ito?

Sovra ´l tuo sacro et onorato busto

cadde, grave a se stesso, il padre antico,

lacero il petto e pien di morte il volto.

E disse: ahi sordo e di pietà nemico,

destin predace e reo, destino ingiusto,

destin a impoverirmi in tutto volto,

perché più tosto me non hai disciolto

da questo grave mio tenace incarco,

più che non lece e più ch´i´ non vorrei,

dando a lui gli anni miei,

che del suo leve inanzi tempo hai scarco?

Lasso, alor potev´io morir felice:

or vivo sol per dare al mondo exempio,

quant´è ´l peggio far qui più lungo indugio,

s´uom de´ perdere in breve il suo refugio

dolce, e poi rimaner a pena e scempio.

O vecchiezza ostinata ed infelice,

a che mi serbi ancor nuda radice,

se ´l tronco, in cui fioriva la mia speme,

è secco e gelo eterno il cigne e preme?

Qual pianser già le triste e pie sorelle,

cui le treccie in sul Po tenera fronde

e l´altre membra un duro legno avolse,

tal con li scogli e con l´aure e con l´onde,

misera, e con le genti e con le stelle,

del tuo ratto fuggir la tua si dolse.

Per duol Timavo indietro si rivolse;

e vider Manto i boschi e le campagne

errar con gli occhi rugiadosi e molli;

Adria le rive e i colli

per tutto, ove ´l suo mar sospira e piagne,

percosse, in vista oltra l´usato offesa;

tal ch´a noia e disdegno ebbi me stesso:

e se non fosse che maggior paura

frenò l´ardir, con morte acerba e dura,

a la qual fui molte fiate presso,

d´uscir d´affanno arei corta via presa.

Or chiamo, e non so far altra difesa,

pur lui che, l´ombra sua lasciando meco,

di me la viva e miglior parte ha seco.

Ché con l´altra restai morto in quel punto,

ch´io senti´ morir lui, che fu ´l suo core;

né son buon d´altro, che da tragger guai.

Tregua non voglio aver col mio dolore,

infin ch´io sia dal giorno ultimo giunto;

e tanto il piangerò, quant´io l´amai.

Deh perché inanzi a lui non mi spogliai

la mortal gonna, s´io men´ vesti´ prima?

S´al viver fui veloce, perché tardo

sono al morir? un dardo

almen avesse et una stessa lima

parimente ambo noi trafitto e roso;

che sì come un voler sempre ne tenne

vivendo, così spenti ancor n´avesse

un´ora et un sepolcro ne chiudesse.

E se questo al suo tempo o quel non venne,

né spero degli affanni alcun riposo,

aprasi per men danno a l´angoscioso

carcere mio rinchiuso omai la porta,

ed egli a l´uscir fuor sia la mia scorta.

E guidemi per man, che sa ´l camino

di gir al ciel, e ne la terza spera

m´impetri dal Signor appo sé loco.

Ivi non corre il dì verso la sera,

né le notti sen´ van contra ´l matino;

ivi ´l caso non pò molto né poco;

di tema gelo mai, di desir foco

gli animi non raffredda e non riscalda,

né tormenta dolor, né versa inganno;

ciascuno in quello scanno

vive e pasce di gioia pura e salda,

in eterno fuor d´ira e d´ogni oltraggio,

che preparato gli ha la sua virtute.

Chi mi dà il grembo pien di rose e mirto,

sì ch´io sparga la tomba? o sacro spirto,

che qual a´ tuoi più fosti o di salute

o di trastullo, agli altri o buono o saggio,

non saprei dir; ma chiaro e dolce raggio

giugnesti in questa fosca etate acerba,

che tutti i frutti suoi consuma in erba.

Se, come già ti calse, ora ti cale

di me, pon dal ciel mente, com´io vivo,

dopo ´l tu´ occaso, in tenebre e ´n martiri.

Te la tua morte più che pria fe´ vivo,

anzi eri morto, or sei fatto immortale;

me di lagrime albergo e di sospiri

fa la mia vita, e tutti i miei desiri

sono di morte, e sol quanto m´incresce

è, ch´io non vo più tosto al fin ch´io bramo.

Non sostien verde ramo

de´ nostri campi augello, e non han pesce

tutte queste limose e torte rive,

né presso o lunge a sì celato scoglio

filo d´alga percote onda marina,

né sì riposta fronda il vento inclina,

che non sia testimon del mio cordoglio.

Tu, Re del ciel, cui nulla circonscrive,

manda alcun de le schiere elette e dive

di su da quei splendori giù in quest´ombre,

che di sì dura vita omai mi sgombre.

Canzon, qui vedi un tempio a canto al mare,

e genti in lunga pompa e gemme et ostro,

e cerchi e mete e cento palme d´oro.

A lui, ch´io in terra amava, in cielo adoro,

dirai: così v´onora il secol nostro.

Mentre udirà querele oscure e chiare

morte, Amor fiamme arà dolci et amare,

mentre spiegherà il sol dorate chiome,

sempre sarà lodato il vostro nome.

A lei, che l´Appennin superbo affrena,

là ´ve parte le piaggie il bel Metauro,

di cui non vive dal mar Indo al Mauro,

da l´Orse a l´Austro simil né seconda,

va prima: ella ti mostre o ti nasconda.