CXLIII – Varano

By Giacomo Leopardi

Dal porto, dove il mar sembra che stagni,

Io co la guida, qual amante figlio

Che la tenera sua madre accompagni,

Presi via d'orror carca e di periglio,

In cui morte di mille umane spoglie

Lordo rendea l'insanguinato artiglio.

Fuor de l'abbandonate immonde spoglie

Giacean gli avanzi de la plebe abbietta

Su vili paglie e infracidite foglie:

Altri con gola orrendamente infetta

Di gangrenose bolle; altri avvampati

Il petto da fatal febbre negletta;

Altri da lunga fame omai spossati,

Non pel velen, ma pel languore infermi,

Fra l'altrui membra putride sdraiati;

Ed altri in lor natio vigor più fermi,

Benché lasciati sotto i corpi estinti,

Sorti fra l'ossa accatastate e i vermi;

Ma di squallor mortifero dipinti,

E per orecchie ròse e labbra mozze,

Da i volti umani in modo fier distinti.

Le illustri donne a par de le più rozze

Al comun fonte per attinger l'acque

Gian nude il piede, e il crin incolte e sozze;

E chi di lor nel sonno eterno tacque

A un lieve sorso, e chi raminga e sola

Pria di giunger al fonte esangue giacque.

Gi amici, cui parte d'affanno invola

L'alterna vista, si guatavan fiso

Nel mesto incontro senza far parola;

Poi fra il duol ristagnato a l'improvviso

Sì dirotte spargean lagrime acerbe,

Che avrian un sasso per pietà diviso.

Talor silenzio, qual avvien che serbe

L'aria muta fra inospiti deserti

Colmi di sabbia, e d'acque privi e d'erbe;

E singhiozzi talor fiochi ed incerti;

Poi strida alte e ululati, e in flebil metro

Querele erranti per gli spazi aperti;

Sì che il lor suon acutamente tetro

Crescea più raddoppiato, e in sé confuso,

Dal mar, dai monti ripercosso indietro.

Ogni tempio era infaustamente chiuso;

Immoti i sacri bronzi, e a le notturne

Lampade tolto di risplender l'uso:

Le armoniose canne taciturne;

E senza l'immortal vittima l'are,

E senza nenie pie le squallid'urne.