CXLIII – Varano
Dal porto, dove il mar sembra che stagni,
Io co la guida, qual amante figlio
Che la tenera sua madre accompagni,
Presi via d'orror carca e di periglio,
In cui morte di mille umane spoglie
Lordo rendea l'insanguinato artiglio.
Fuor de l'abbandonate immonde spoglie
Giacean gli avanzi de la plebe abbietta
Su vili paglie e infracidite foglie:
Altri con gola orrendamente infetta
Di gangrenose bolle; altri avvampati
Il petto da fatal febbre negletta;
Altri da lunga fame omai spossati,
Non pel velen, ma pel languore infermi,
Fra l'altrui membra putride sdraiati;
Ed altri in lor natio vigor più fermi,
Benché lasciati sotto i corpi estinti,
Sorti fra l'ossa accatastate e i vermi;
Ma di squallor mortifero dipinti,
E per orecchie ròse e labbra mozze,
Da i volti umani in modo fier distinti.
Le illustri donne a par de le più rozze
Al comun fonte per attinger l'acque
Gian nude il piede, e il crin incolte e sozze;
E chi di lor nel sonno eterno tacque
A un lieve sorso, e chi raminga e sola
Pria di giunger al fonte esangue giacque.
Gi amici, cui parte d'affanno invola
L'alterna vista, si guatavan fiso
Nel mesto incontro senza far parola;
Poi fra il duol ristagnato a l'improvviso
Sì dirotte spargean lagrime acerbe,
Che avrian un sasso per pietà diviso.
Talor silenzio, qual avvien che serbe
L'aria muta fra inospiti deserti
Colmi di sabbia, e d'acque privi e d'erbe;
E singhiozzi talor fiochi ed incerti;
Poi strida alte e ululati, e in flebil metro
Querele erranti per gli spazi aperti;
Sì che il lor suon acutamente tetro
Crescea più raddoppiato, e in sé confuso,
Dal mar, dai monti ripercosso indietro.
Ogni tempio era infaustamente chiuso;
Immoti i sacri bronzi, e a le notturne
Lampade tolto di risplender l'uso:
Le armoniose canne taciturne;
E senza l'immortal vittima l'are,
E senza nenie pie le squallid'urne.