CXLIX. LE GRAZIE RIFORMATE. PER L'ALBO DELLE AMABILISSIME FANCIULLE ISABELLA ED ...
Ier l'altro Citeréa
Alle Grazie dicea.
— Mie carissime ancelle,
Siete, è vero, ancor belle,
Ma un po' vecchie. E da poi
Che i romantici vati
Si fan beffe di voi
E di quanti beati
Creò l'alto pensiero
Del santo padre Omero,
Ogni vostro bel vezzo
È caduto di prezzo.
Ed a ragion; chè fatto
S'è di voi da' poeti
Sempre pazzi e indiscreti
Un consumo sì matto
Che onta vostra espressa,
Che n'arrossisco io stessa.
Or, vizze e lungi tanto
Da quel che foste accanto
Al vecchio Anacronte,
Che vi riman? la fronte
Abbassar per prudenza,
E in santa pazienza
Servire alla tolette
Delle grinze civette.
Quindi, il soffrite in pace,
Giubilarvi mi piace,
E la corte d'Amore
Riformar con novelle
Elette damigelle
In cui degli anni il fiore
Spieghi le pompe sue:
E me ne bastan due. —
Ciò detto a pena, in meno
Che non guizza il baleno,
Giù dalla terza stella
Si calò con baldanza
Nella segreta stanza
D'Emilia e d'Isabella:
E in note affettuose
La cagion del venire,
Senza star altro a dire,
Alle fanciulle espose.
Vano disegno! Il nume
D'ogni gentil costume,
La divina Aretèa,
Già fatte sue le avea.