CXLIX

By Giusto de' Conti

La notte torna, et l'aria e il ciel si annera,

E il sol si affretta a fornire il viaggio

Dietro alle spalle avendo omai la sera.

Et come intorno al fugitivo raggio

Sparisce altrui, così dentro m'infosco

Per lo novello in me commesso oltraggio.

Iteve a casa, et noi lassate al bosco

Pasciute pecorelle: et voi d'intorno

Pastori omai venite a pianger nosco.

Et benché l'ora a noi ne cele il giorno

Sotto il gravoso velo della terra,

La luna ha pieno l'uno et l'altro corno.

Ma tu vicin perdio la mandra serra

Sì tosto come a noi di su sì oscura,

Et la gran luce se ne va sotterra:

Né qui, né altrove è ben la fe' sicura:

Et chi nol sa si specchi nel meschino,

Che per fidarsi tal tempesta dura.

Un altro Cacco qui sotto Aventino,

Con orme averse et disusati inganni

Fura gli armenti di ciascun vicino.

Hercole è morto già, che di tanti anni

Gli rammentò l'offese, et punì l'onte,

Et fe' vendetta dei passati danni.

Et già il carro stellato tocca il monte

Con la sua punta, sicché l'ora è tarda:

Mira che oscura tutto l'orizonte.

Di che, per Dio, sta desto, et ben ti guarda.

Ira di stelle, et di fortuna colpo

Uman provedimento pur riguarda.

Ma chi ne incolpo

In tanta mia ruina?

Sententia divina, et mia scioccheza,

El volto, et la dureza di chi io adoro.

Se il serpe, che guardava il mio tesoro,

Fusse dal sonno stato allor più desto,

Quando per Damnae Giove si fe' d'oro;

Né quel né questo, ond'io mi lagno ogni ora

In guisa che mi accora, et è ragione,

Savrebbe la cagione

Al duol ch'io provo.

Ah! ch'un novo Sinone! or basta omai,

Amor, che assai tai guai per noi son pianti,

Et gli occhi santi, donde ancor mi struggi.

Ma tu, per chi mi fuggi, cor di sasso?

Deh ferma il passo, e i miei lamenti ascolta;

Prendi una volta del mio mal cordoglio.

Io sarò pur qual soglio

Infin che Morte

Le corte mie giornate no interrompa.

Soperchia pompa di vederti bella

Ti fa sì fella contra me et te stessa

In cui mai speme ho messa.

Ahi crudo Amore

Non hai del mio dolore ancor pietate?

Del verno estate fa per forza il tempo;

Et tu di tempo in tempo stai più salda;

Et men ti scalda l'amoroso foco;

Et parti un gioco

Il gran martir ch'io sento:

Deh, per che il mio tormento a te non duole?

Ben son le mie parole senza senso;

Ch'io penso far d'un Orso un cor pietoso,

Et per trovar riposo, guerra chieggio.

Ma se chi il pote il vole,

A che ripenso?

L'immenso suo volere el mi è nascoso:

Et pur cercar non oso miglior seggio.

Se io veggio che costei

Mi cela il suo bel viso, e il vago lume,

Che fe' Natura per mio mal sì adorno,

Sol perch'io mi consume,

Deh, cor tradito et vani pensier miei,

Perché, smarrito, dal camin non torno?

Lasso, la notte e il giorno

Mi vo struggendo, et pur l'ingorda voglia

Per tutto ciò non sbramo;

Né del cor levo la tenace spene.

Così tra due mi tene

Amor, che dall'un lato morte io chiamo;

Dall'altro, cerco d'acquetar la doglia;

Se d'ogni ben mi spoglia

La fiamma che mi rode nervi et polpe

Né so, chi, lasso, del mio mal ne incolpe,

L'astuta volpe che svegliò per forza

Il topo che dormiva,

Quando vi penso a lagrimar mi sforza.

Venga Siringa all'infamata riva,

Dove la canna nacque et fece i fiori,

Perché convien che in mille carte scriva.

O tu che al mondo ancor Certaldo onori,

Deh maledetto sia quando mostrasti

Tale arte nel trattar de' nostri amori:

Per più mia pena lasso tu informasti

Qualunque dopo te nel mondo nacque

Allor che di Guiscardo tu trattasti.

Rise la mia speranza et poscia tacque

Vedendo dentro come il core ardea

Del bel messer, che a lei cotanto piacque.

Seco leggendo tutta si struggea,

Di faville d'amor nel volto accesa,

Poi sorridendo l'occhio li porgea .

Allor credette il topo averla presa;

Né si accorgeva che a sì poca forza,

Al parer mio, troppo alta era la impresa.

L'astuta volpe, che svegliò per forza

Il topo che dormiva

Quando vi penso, a lagrimar mi sforza;

Talché da gli occhi un fonte mi deriva.

Solea nel petto mio già viva viva

Pietosa et schiva starsi la mia Donna,

Come ferma colomba in loco posta;

Et or posto ha in oblio, come a sua posta

Son posto in croce, et tormentato a torto;

Né spero mai conforto,

Né trovar posto in tanta mia tempesta.

Questa sirena al suo cantar m'arresta

Finché m'investa l'onda, che m' affonda:

Non sento chi risponda

Al mio gridar, che par già mi consume:

L'altero et dolce lume

Degli occhi, che mi fur governo et vela,

Fortuna, isdegno, et gelosia mi cela.

Rotta è la tela, che con tanto affanno

Già più d'un anno avea piangendo ordita;

Compiuta è la mia trama in sul fiorire.

Chi mi rivela come andò l'inganno

Che tanto danno a lagrimar m'invita,

Sicché di vita l'alma vuol partire:

Non pote più soffrire,

Che quella, per chi ancora ella respira,

Ver me si è volta in ira:

Ond'io dì et notte piango et non mi stanco,

Perché mia vita tosto venga manco.

Ha manco il manco: et forse, chi sa? il ritto;

Et così manco lui, tal guerra famme.

Deh, cieco Amore, or non l'hai tu a dispitto?

Io fuggirò in Egitto,

Perché il tuo sguardo ingrato non m'infiamme,

Poscia che qui riposo mi è interditto.

El ne è già scritto sì che mille carte

Ne ingombra il fiero inchiostro

Della mia pura fede.

Il sempre sospirare, e il pianger nostro

Rimbomba in tanta parte,

In quante il sol ne salda, e il Ciel si vede:

Né te han mosso a mercede

Né miei lamenti, né miei giusti prieghi

Anzi a colui ti pieghi

A cui più manca quel che più si chiede:

Chi l'ha veduto il crede:

Se io dico il vero, deh perché me nieghi?

Stolto, tu prieghi il sordo:

Non ha ricordo delle sue impromesse

Giurate et spesse, che già lei ti fe':

Et che mi vale? il mio voler se ingordo

Non vole accordo, che ragion gli fesse;

Ma spesse volte duolme di sua fe'.

Di ciò ne incolpo te,

Amore amaro, et quella falsa vista,

Che nel pensier mi attrista

Col fuggir che or mi fan gli occhi sereni;

Colla qual forza come vuoi mi meni.

Niccolò vieni, or chi fia chi m'intenda?

Comprenda mia ragion colui a chi tocca,

Che scocca la balestra senza legge,

Corregge il servo, et regge il sire, et menda.

Venda la donna, et l'uom prenda la rocca:

Sciocca et sinistra cosa a chiunque legge;

Ei par che mi dilegge

Messer quanto vaghegge allor per caso

Il giorno, che di fresco lui sia raso.

La mosca che mi vola intorno al naso

Non altramente da mattina a terza,

Che quando il sole è già presso all'occaso,

Con altro creda, che con debil ferza

Lei minacciando quindi scacciarò .

Mira che a guisa d'asinello scherza.

Così noi avrem pace, et poi farò

Del guardo traditor crudel vendetta,

Che quel che in cor non era mi monstrò .

Ahi falsa, intendi, io dico a te, aspetta

Vedi che volan l'ore et gli momenti,

Et come il tempo al trapassar si affretta.

Apollo non avrà d'intorno venti

Volte trascorso tutto in giro il mondo

Che d'esser viva converrà ti penti:

Io parlo chiaro, et non mi nascondo.