CXLV. PER LE NOZZE DI ADELAIDE CALDERARA CON GIACOMO BUTTI.
Ben lo diss'io: Costei
Di tutti pregi ornata,
E ne' più cari e bei
Di Pallade lavori esercitata,
Nacque a bear la vita
Di qualche anima bella al ciel gradita.
Vedi come si toglie
Fuor della propria schiera!
Vedi quanta raccoglie
In sè virtude, onestamente altera!
Ogni cor la saluta,
Ma non osa dir — T'amo — e vinto ammuta.
Compagni a lei van sempre
Il decoro, e ridente
Una grazia che tempre
Mai non cangia ed il cor ruba e la mente.
Ov'ella appar, di vile
Ogni pensier si fa tosto gentile.
Or tu dov'eri, Amore,
Quando a catene ingrate
Un generoso errore
Lagrimosa traea tanta onestate?
Su l'infelici tede
Piangean le Grazie, gridando mercede.
Misera! all'alto giuro
La man stendea tremante;
Chè doloroso e scuro
Vedea spiegarsi l'avvenire innante.
Ma prese Amor consiglio
Da fermo senno, e disbendossi il ciglio.
Indi, scelto un quadrello
Di fulgid'oro, al petto
Di pro' garzon che bello
Ha del pari il sentir che l'intelletto,
Vibrò di forza. In canto
Allor si volse delle Grazie il pianto.
— Salve, il canto dicea,
Salve, garzon beato!
La divina Aretèa
Resse il dardo d'Amor che t'ha piagato;
Ed Aretèa fu quella
Che al tuo bacio educò l'aurea donzella.
Severa dea, che godi
Ne' tuoi santi delùbri
In amorosi nodi
Stringere il cor delle fanciulle insùbri
E cinte il crin di rose
Condurle all'ara avventurate spose;
Odi il plauso che suona
A te di laude in riva
Del tuo diletto Olona.
Salve, cara alle madri inclita diva!
Salve, prima salute,
Prima ai figli ricchezza, alma virtute!
Nulla è da te divisa
La beltà: teco unita
La terra imparadisa
Sì che i celesti ad abitarla invìta.
Felice l'uomo allora
Che bei costumi in bella donna adora! —