CXLV – Varano

By Giacomo Leopardi

L'ore presso al meriggio eran già corse,

Quando muggiro i sotterranei fochi

Per la nova che il cielo esca lor porse.

Ben de la terra in pria languidi e fiochi

I moti fur; ma il zolforoso nido

Più ardendo scosse anche i più sodi lochi.

Dirotto rimbombò quindi uno strido

Del popol tutto, a Dio chiedendo pace;

E altamente mugghiarne i colli e il lido.

Il pian divenne a i dubbi piè fallace

Nel raddoppiar le scosse, e co' sonanti

Bronzi non tocchi dier segno verace

Di ruina fatal le vacillanti

Testuggini de' tempii, e le più ferme

Torri ne la serena aria ondeggianti.

Io ratto corsi ove credei vederme

Salvo dal suol, che incerto or s'erge, or cala,

A l'ima soglia; e a le mie membra inferme

Pel terror dié il terror più fervid'ala,

E de la porta fra le arcate bande

Fuggii saltando a la tremante scala.

M'assordò allor mirabilmente grande

Precipitoso scroscio, e d'ogn'intorno

Scoppiò qual tuon che mille tuoni spande.

Immenso polverio coperse il giorno,

E de la luce desiata invece

Mestissime appariro ombre dattorno;

E in men che scorre una sei volte in diece

Divisa parte di volubil ora,

Squallido la città cumol si fece

Di rotte pietre addentro miste e fuora

Fra spezzate finestre, archi e colonne

Mozze, altre stese, altre pendenti ancora.

L'eccidio fier, di cui non mai portonne

Vivi ritrarre i danni, e lo smarrito

Sole, e l'alterno urlar d'uomini e donne,

E il volto de la guida impallidito,

Ch'io non so come aggiunta erasi meco,

Mi rimembrar l'estremo dì compito

De le terrene cose; e per quel cieco

Aere temei su la fulminea nube

L'eterno rimirar giudice bieco,

E le angeliche udir ultime tube;

Ma la guida, che pria giacque pensosa,

Qual coniglio che in macchia ascoso cube,

Ripigliando vigor, disse: già posa

Stabile il piano. I tetti mal sicuri

Ha questa sede, e l'altra pur dubbiosa

Che a fronte stassi, incerti serba i muri.

S'apre al fuggir la via. Vincer fa d'uopo

Col senno e coll'ardir colpi sì duri:

Seguimi. Ei mosse; ed io guatandol, dopo

Un profondo sospir, ne seguii l'orme

Ignaro de la strada e de lo scopo.

Stranamente il sentier s'ergea difforme,

Asprissimo e scosceso in rozzi mucchi

Di pietre, e in massa inegualmente enorme

Di travi e intorti ferri e marmi e stucchi,

E seggi e letti e deschi ancora tinti

Di sparsi cibi e di pampinei succhi:

Pur da necessitate i piè sospinti

Battean quel calle, e s'arrestavan lassi

Del cammin spesso malagevol vinti.

Oh quante volte in alternar i passi

Caddi, e abbracciai caldo cadaver pesto

Scoperto allor da sgretolati sassi!

E quante, arrampicandomi al funesto

Monte di tetti o affatto svelti, o scemi,

Dal tetro fondo udii lo strider mesto

De' semivivi, che ne' casi estremi

Voci mettean fra que' spiragli acuta,

Sclamando: oimè! perché ne calchi e premi?

L'orrida via d'ogni conforto muta,

E di riune e di fiaccate o rase

Ossa, e di membra luride tessuta,

Fiero obbietto m'offerse: onde rimase

Sì oppresso il cor, che il novo a gli occhi assalto

Superò quel de le pendevol case.

Marmorea fascia nel piombar da l'alto

Uom guasto avea, che da soggetta loggia

Tentonne forse il disperato salto.

Sovra le intatte sponde in cruda foggia

Senza capo giacea l'informe tronco

Lordo, e grondante di sanguigna pioggia.

L'un braccio e l'altro bruttamente monco

Per le strappate mani, e trite in mille

Pezzi le canne fuor del collo tronco.

Il duce mio sotto quell'atre stille

Varcò il sentier; ed io con lena stanca

Ristetti e con attonite pupille;

Quand'ei mi disse: i passi tuoi rinfranca,

Ché siam presso al confin. Vana e vil tema

I piè t'annoda, ed a te il volto imbianca.

Il suo dir e l'oprar destò l'estrema

Forza ne' miei smarriti spirti, e feo

L'anima del terrore inutil scema;

Tal ch'io vinsi passando il cammin reo,

E a la meta arriavai tinto del sangue

Che il palpitante ancor busto perdeo.

Qui nel mirar giovane madre esangue,

Piansi; e ben tratte avria l'acerbo caso

Lagrime da un'irata orsa, o da un angue.

Precipitato largo trave a caso

Su l'imbrunite e stritolate cosce

De l'infelice donna era rimaso.

Non lungi in quella età che non conosce

I propri danni, un vago pargoletto

Figlio accresceva a lei l'ultime angosce.

Sciogliendo ella con man smorta lo stretto

Vel su le poppe, benché infranta e oppressa,

Chiamaval dolce a l'amoroso petto:

Ed ei carpone invan moveasi, ed essa

Sospirando, e guardandolo sembrava

Dogliosa più di lui che di sé stessa.

Noi con pronto vigor, che ne prestava

Di caritate il zel, trarla d'impaccio

Tentammo, e dal gravoso arbor che stava

Su lei rappresa omai dal mortal ghiaccio:

Ma per quante scegliesse arti l'ingegno,

Ahi! non fu pari al buon voler il braccio.

La donna allor: per sì bell'opra il degno

Guiderdon serbi a voi, disse, l'immensa

Pietà, che in dar mercè varca ogni segno.

Ma de le piaghe mie la doglia intensa,

E il terribile colpo a morte spinge,

E già m'annebbia i rai caligin densa.

Or questo parto mio, che nel suo pinge

Volto l'aita che per lui richieggo,

Fugga il destin che di perigli il cinge.

Per voi salvo egli viva, altro non chieggo;

E allor morte mi fia riposo e gioia.

Ma dove è il figlio mio, ch'io più nol veggo?

Ah! date a me fra l'affannata noia

De l'alme e il palpitar de' membri estremo,

Che almen lo stringa al seno anzi ch'io moia.

Io coll'uffizio di pietà supremo

Il fanciul presi, e a quel languente il porsi

Petto pieno d'amor, di forze scemo;

Ed ella, che sentì l'amato porsi

Pegno nel grembo, di più forti armata

Spirti ed affetti al cor materno accorsi,

L'annodò, lo baciò colla gelata

Bocca, sclamando: il Ciel ti doni un padre.

E tenera e dolente ed agitata

Le molli del bambin carni leggiadre

Troppo in morir compresse, ed in un punto

Spirò l'anima il figlio e insiem la madre.

Da spettacol sì amaro ebbi compunto

Cotanto il sen, ch'io colla guida sparsi

Largo di pianti umor a i primi aggiunto.

Salimmo indi ambo ove parea levarsi

Il piano in facil colle, e per i folti

Pini e cipressi ombrosamente ornarsi:

Ed ecco vacillar da strano colti

Tremore i colli, e in screpolosi fondi

Spesso i corpi ingoiar vivi sepolti.

Oh infausta e crudel terra, che fecondi

Modi d'acerbità varia produci,

T'apri, e in te guasti e stritolati ascondi

D'un popolo gli avanzi! Ah! le mie luci

L'aspetto fier più tollerar non ponno.

Guidami tu, gridai, che mi conduci,

A men orribil loco, ov'io sia donno

In pace almen fra tanti affanni stanco

Di chiuder gli occhi nel perpetuo sonno.

Ed ei rispose: affrettati sul manco

Sentiero ad abbracciar robusta pianta,

Ché innanzi o indreto il piè portar e il fianco

Ci vieta il terren fesso. Allor con quanta

Lena potei corsi, e del duce sotto

La scorta un pino strinsi; e appena a tanta

Velocità bastevol fu il dirotto

Sì corto spazio, in cui novo e diverso

Tremito ammarginò del cammin rotto

I cupi abissi, ove poc'anzi asperso

Di sangue e polve un uom fra sassi e arene

Non lungi a me precipitò sommerso.

Cessò in breve la scossa, e ne le vene

Tornò al sangue il calor, per cui del monte

Poggiammo a l'erta con men dubbia spene.

Ivi dappresso a una turbata fonte

Vidi a l'IspanoPier del tempio sacro

Diroccati ambo i lati e l'ampia fronte,

E de l'acque sorgenti entro al lavacro

I trasportati e pel terren tumulto

Confusi avanzi insiem del simulacro.

Sovra un marmo sedemmo ancor non sculto,

Scelto del fonte a intonacar la sponda:

Ma, oimè! che acerbo a noi crebbe il singulto

Dal sommo in rimirar ne la profonda

Sua foce enfiato il Tago, e l'Oceano

Scorso su i lidi altissimo co l'onda.

Divorò il flutto i fuggitivi invano

Da gli agitati colli uomini e belve,

Scampo cercando su più fermo piano;

E col moto onde avvien che il mar s'inselve

Gonfio, in secche portò non mai solcate

Le armate navi entro l'opache selve.

Volgemmo il mesto sguardo a l'atterrate

Case, e di sotto a le ruine sparse

Nubi scorgemmo d'atro fumo ombrate

In mille giri verso il ciel levarse,

Che orribile ne dier prova che tutte

Quell'estreme dovean spoglie esser arse.