CXLV – Varano
L'ore presso al meriggio eran già corse,
Quando muggiro i sotterranei fochi
Per la nova che il cielo esca lor porse.
Ben de la terra in pria languidi e fiochi
I moti fur; ma il zolforoso nido
Più ardendo scosse anche i più sodi lochi.
Dirotto rimbombò quindi uno strido
Del popol tutto, a Dio chiedendo pace;
E altamente mugghiarne i colli e il lido.
Il pian divenne a i dubbi piè fallace
Nel raddoppiar le scosse, e co' sonanti
Bronzi non tocchi dier segno verace
Di ruina fatal le vacillanti
Testuggini de' tempii, e le più ferme
Torri ne la serena aria ondeggianti.
Io ratto corsi ove credei vederme
Salvo dal suol, che incerto or s'erge, or cala,
A l'ima soglia; e a le mie membra inferme
Pel terror dié il terror più fervid'ala,
E de la porta fra le arcate bande
Fuggii saltando a la tremante scala.
M'assordò allor mirabilmente grande
Precipitoso scroscio, e d'ogn'intorno
Scoppiò qual tuon che mille tuoni spande.
Immenso polverio coperse il giorno,
E de la luce desiata invece
Mestissime appariro ombre dattorno;
E in men che scorre una sei volte in diece
Divisa parte di volubil ora,
Squallido la città cumol si fece
Di rotte pietre addentro miste e fuora
Fra spezzate finestre, archi e colonne
Mozze, altre stese, altre pendenti ancora.
L'eccidio fier, di cui non mai portonne
Vivi ritrarre i danni, e lo smarrito
Sole, e l'alterno urlar d'uomini e donne,
E il volto de la guida impallidito,
Ch'io non so come aggiunta erasi meco,
Mi rimembrar l'estremo dì compito
De le terrene cose; e per quel cieco
Aere temei su la fulminea nube
L'eterno rimirar giudice bieco,
E le angeliche udir ultime tube;
Ma la guida, che pria giacque pensosa,
Qual coniglio che in macchia ascoso cube,
Ripigliando vigor, disse: già posa
Stabile il piano. I tetti mal sicuri
Ha questa sede, e l'altra pur dubbiosa
Che a fronte stassi, incerti serba i muri.
S'apre al fuggir la via. Vincer fa d'uopo
Col senno e coll'ardir colpi sì duri:
Seguimi. Ei mosse; ed io guatandol, dopo
Un profondo sospir, ne seguii l'orme
Ignaro de la strada e de lo scopo.
Stranamente il sentier s'ergea difforme,
Asprissimo e scosceso in rozzi mucchi
Di pietre, e in massa inegualmente enorme
Di travi e intorti ferri e marmi e stucchi,
E seggi e letti e deschi ancora tinti
Di sparsi cibi e di pampinei succhi:
Pur da necessitate i piè sospinti
Battean quel calle, e s'arrestavan lassi
Del cammin spesso malagevol vinti.
Oh quante volte in alternar i passi
Caddi, e abbracciai caldo cadaver pesto
Scoperto allor da sgretolati sassi!
E quante, arrampicandomi al funesto
Monte di tetti o affatto svelti, o scemi,
Dal tetro fondo udii lo strider mesto
De' semivivi, che ne' casi estremi
Voci mettean fra que' spiragli acuta,
Sclamando: oimè! perché ne calchi e premi?
L'orrida via d'ogni conforto muta,
E di riune e di fiaccate o rase
Ossa, e di membra luride tessuta,
Fiero obbietto m'offerse: onde rimase
Sì oppresso il cor, che il novo a gli occhi assalto
Superò quel de le pendevol case.
Marmorea fascia nel piombar da l'alto
Uom guasto avea, che da soggetta loggia
Tentonne forse il disperato salto.
Sovra le intatte sponde in cruda foggia
Senza capo giacea l'informe tronco
Lordo, e grondante di sanguigna pioggia.
L'un braccio e l'altro bruttamente monco
Per le strappate mani, e trite in mille
Pezzi le canne fuor del collo tronco.
Il duce mio sotto quell'atre stille
Varcò il sentier; ed io con lena stanca
Ristetti e con attonite pupille;
Quand'ei mi disse: i passi tuoi rinfranca,
Ché siam presso al confin. Vana e vil tema
I piè t'annoda, ed a te il volto imbianca.
Il suo dir e l'oprar destò l'estrema
Forza ne' miei smarriti spirti, e feo
L'anima del terrore inutil scema;
Tal ch'io vinsi passando il cammin reo,
E a la meta arriavai tinto del sangue
Che il palpitante ancor busto perdeo.
Qui nel mirar giovane madre esangue,
Piansi; e ben tratte avria l'acerbo caso
Lagrime da un'irata orsa, o da un angue.
Precipitato largo trave a caso
Su l'imbrunite e stritolate cosce
De l'infelice donna era rimaso.
Non lungi in quella età che non conosce
I propri danni, un vago pargoletto
Figlio accresceva a lei l'ultime angosce.
Sciogliendo ella con man smorta lo stretto
Vel su le poppe, benché infranta e oppressa,
Chiamaval dolce a l'amoroso petto:
Ed ei carpone invan moveasi, ed essa
Sospirando, e guardandolo sembrava
Dogliosa più di lui che di sé stessa.
Noi con pronto vigor, che ne prestava
Di caritate il zel, trarla d'impaccio
Tentammo, e dal gravoso arbor che stava
Su lei rappresa omai dal mortal ghiaccio:
Ma per quante scegliesse arti l'ingegno,
Ahi! non fu pari al buon voler il braccio.
La donna allor: per sì bell'opra il degno
Guiderdon serbi a voi, disse, l'immensa
Pietà, che in dar mercè varca ogni segno.
Ma de le piaghe mie la doglia intensa,
E il terribile colpo a morte spinge,
E già m'annebbia i rai caligin densa.
Or questo parto mio, che nel suo pinge
Volto l'aita che per lui richieggo,
Fugga il destin che di perigli il cinge.
Per voi salvo egli viva, altro non chieggo;
E allor morte mi fia riposo e gioia.
Ma dove è il figlio mio, ch'io più nol veggo?
Ah! date a me fra l'affannata noia
De l'alme e il palpitar de' membri estremo,
Che almen lo stringa al seno anzi ch'io moia.
Io coll'uffizio di pietà supremo
Il fanciul presi, e a quel languente il porsi
Petto pieno d'amor, di forze scemo;
Ed ella, che sentì l'amato porsi
Pegno nel grembo, di più forti armata
Spirti ed affetti al cor materno accorsi,
L'annodò, lo baciò colla gelata
Bocca, sclamando: il Ciel ti doni un padre.
E tenera e dolente ed agitata
Le molli del bambin carni leggiadre
Troppo in morir compresse, ed in un punto
Spirò l'anima il figlio e insiem la madre.
Da spettacol sì amaro ebbi compunto
Cotanto il sen, ch'io colla guida sparsi
Largo di pianti umor a i primi aggiunto.
Salimmo indi ambo ove parea levarsi
Il piano in facil colle, e per i folti
Pini e cipressi ombrosamente ornarsi:
Ed ecco vacillar da strano colti
Tremore i colli, e in screpolosi fondi
Spesso i corpi ingoiar vivi sepolti.
Oh infausta e crudel terra, che fecondi
Modi d'acerbità varia produci,
T'apri, e in te guasti e stritolati ascondi
D'un popolo gli avanzi! Ah! le mie luci
L'aspetto fier più tollerar non ponno.
Guidami tu, gridai, che mi conduci,
A men orribil loco, ov'io sia donno
In pace almen fra tanti affanni stanco
Di chiuder gli occhi nel perpetuo sonno.
Ed ei rispose: affrettati sul manco
Sentiero ad abbracciar robusta pianta,
Ché innanzi o indreto il piè portar e il fianco
Ci vieta il terren fesso. Allor con quanta
Lena potei corsi, e del duce sotto
La scorta un pino strinsi; e appena a tanta
Velocità bastevol fu il dirotto
Sì corto spazio, in cui novo e diverso
Tremito ammarginò del cammin rotto
I cupi abissi, ove poc'anzi asperso
Di sangue e polve un uom fra sassi e arene
Non lungi a me precipitò sommerso.
Cessò in breve la scossa, e ne le vene
Tornò al sangue il calor, per cui del monte
Poggiammo a l'erta con men dubbia spene.
Ivi dappresso a una turbata fonte
Vidi a l'IspanoPier del tempio sacro
Diroccati ambo i lati e l'ampia fronte,
E de l'acque sorgenti entro al lavacro
I trasportati e pel terren tumulto
Confusi avanzi insiem del simulacro.
Sovra un marmo sedemmo ancor non sculto,
Scelto del fonte a intonacar la sponda:
Ma, oimè! che acerbo a noi crebbe il singulto
Dal sommo in rimirar ne la profonda
Sua foce enfiato il Tago, e l'Oceano
Scorso su i lidi altissimo co l'onda.
Divorò il flutto i fuggitivi invano
Da gli agitati colli uomini e belve,
Scampo cercando su più fermo piano;
E col moto onde avvien che il mar s'inselve
Gonfio, in secche portò non mai solcate
Le armate navi entro l'opache selve.
Volgemmo il mesto sguardo a l'atterrate
Case, e di sotto a le ruine sparse
Nubi scorgemmo d'atro fumo ombrate
In mille giri verso il ciel levarse,
Che orribile ne dier prova che tutte
Quell'estreme dovean spoglie esser arse.